Il Carmelo
I
Salve, Terra del Sole: altar sublime,
Ove arse il primo sacrificio, eterno
Del santo patto Tabernacol, salve!
Gerico olezzi di sue rose, altero
De’ suo’ cedreti il Libano torreggi;
Di eterni lampi il Sina, o di fiammanti
Pruni l’Orebbe s’incoroni, bello
Sei tu sempre, Oriente: anco nei verdi
Platani tuoi dei Serafini il fiato
Geme, e tuttora di Saron le valli
Dan celeste armonia. L’uomo soltanto
In te cangiossi!... È un popolo di schiavi
Ne le pianure d’Ezechiello, è densa
Tenebra, ove arse de le genti il Sole!...
Il grido dei profeti a sterminate
Onde allargossi su la Terra; e cadde,
Ond’ei mosse, silenzio — Uris bugiarda
Beve le aurette, che lambian le chiome
De la saggia Rachele; e, d’intelletto
Prono, e di fronte, in sinüose bende,
Eterna pompa ismäelita, insozza
Bieco ovile di Eunuchi i santi luoghi
Di Salomone! — Eppur, larghi di sangue
E di credenza, ivi convenner mille
Popoli generosi, e intorno al santo
Sepolcro il brando sguaïnar per Cristo,
E fratelli gridarsi: e là, nei bui
Tempi mancati, in penitente saio
Stretto, traëa il pellegrin, bramoso
Di silenzi e deserti; ed animose
Vergini, a cui ridean sangue e fortuna
E bellezza e lusinghe, a giovinette
Palme sembianti, in più felice suolo
Trapiantate, sen gian peregrinando
Lungo l’acque del Nilo, o il piè fermando
Su le montagne, a sera. Oh, Palestina,
Cuore de l’orïente, oh fortunato
Chi te vide, e ne pianse.... e di tue valli
Bevve ai molli profumi, o, accolto a l’ampia
Tenda del fico da le meste foglie,
Come fantasma errar vide da lungi
Curvo ed avvolto in ventilati lembi
Di gemmato mantello arabo Sire;
E abbandonato a l’anelante fuga
D’irrequieto corridor l’azzurra
Aria spezzar, che lievemente vela
I dirupi di Sefora e le cime
Del fiorente Carmelo... eterno Monte,
Che, dai giorni di Adamo a quando, pari
A vanente piramide di fumo,
Rotïerà nel nulla, è santo faro
Di salute e speranza — Or chi mi leva
Ai lembi tuoi, vetta sublime? Il mondo,
Quasi convulsa onda sonante, intorno
Mi tempesti e ruini, una falange
Di alati spirti oltre la scorza umana
Pel puro aër mi spinge, e il pensier mio,
Stato conchiglia sitibonda, or pieno
Di care fantasie tutte assapora
Le delizie del Cielo! — Il tramontante
Astro del riso, colorando in fuoco
Le vaste acque di Tiro, o il mesto Lago
Di Genseret, guardandoti, arrubina
I tuoi fianchi, o Carmelo, e più e più sempre
Posatamente avvalla — Ei sì cadea,
Ei sì cadea, te salutando, o monte,
Quando il Signor de le battaglie irrise
A le credenze di Filiste, e i sozzi
Sacerdoti d’Acabbo ergean sonori
Inni fidenti, cui seguia secreto
Sepolcrale sgomento — A la bugiarda
Ara non corse l’invocata fiamma
D’un Idolo bugiardo; e già pel vasto
Aër vania del Filisteo la prece
Quando di mezzo a le bendate folte,
Salienti pel monte, alteramente
Levossi, in passo venerando, il vero
Ispirato da Dio — la santa luce
Del Ciel parea su la sua fronte accolta,
E radiante oltre l’usato — fiero
Sguardo mandò sul tenebroso stuolo
Sacerdotale, ed un altar levando
Di enormi massi, in numero eguaglianti
Le tribù d’Israëllo, i sorteggiati
Pingui omenti v’impose — indi il recinse
Di cristallina acqua corrente, e d’onda
L’irrigò meditando. Era silenzio
Di tomba al monte — e gli angeli, sospesi,
Da zendado invisibil redimiti,
Cingean l’altar, riconfortando il core
Del pensoso Profeta — Ei da l’altura
La Palestina contemplando, e in mente
Mille etadi agitando, a Dio si volse,
E con sonante e libera parola
Chiamò lo spirto de l’Eterno a morte
Dell’idolatra — La preghiera appena
Dal santo labro uscia, che giù dal Cielo
Cadde trisulca ruïnosa vampa,
Che altare, e carni, ed erbe, e polve, ed onde
Divorò men che vista!... Allor sentissi
Tentennar la montagna, ai sacerdoti
Di Baal fu morte, e in tenebrosa ecclissi
Si tinse il Ciel — lenta venia frattanto
Nuvoletta dal mar, che indi si ruppe
In tuoni, in lampi, in grandini e procella....
Ed udissi una voce «io sono il vero
Sacerdote di Dio! Sieguimi Acabbo!»
Ed il Profeta con rubusta lena
Correa d’innanti a la tempesta! — Oh quali
Sul Carmelo segnava orme profonde
Il mendicante di Sarepta!... a quanta
Tremenda lotta d’inimiche idee
Fosti arena, o Carmelo! Una sublime
Riverenza d’allor ti avvolse, e quando
Su le tue coste balenàr gli ardenti
Manipoli di Roma, e cercar regni
Ne le auspicate viscere fumanti,
Il sol, che chiuse il trionfal tuo giorno,
Solennemente s’addoppiò, sembiante
A l’igneo carro, ch’ei guatò, cadendo,
E venerò, quando venia da l’alto
Nero abisso di nubi, e d’esse in grembo
Rotante asse di fuoco, abbandonato
A la corsa dei venti — Un Cherubino,
Chiuso in duro adamante, erto reggea
Tempestosa quadriga, a cui sul dorso,
Come a torve comete, ivan piovendo
Fiammeggianti criniere — il Ciel diviso
Un profondo mettea rumor di nembi:
Lava di fuoco i mari, il sol parea
Smorta favilla in quel fumante vano —
Il santo veglio, abitator del monte,
Abbarbagliato, le ginocchia e il fianco
Dette a la terra, e tramortì: nel cuore
Latte etereo gli piovve, e un sonno il prese
Di Paradiso! L’Angelo di Dio,
Nubi e fuoco spezzando, aère e venti,
Sul Giordano fè posa: ne le braccia
Aprissi, e il Tido del Signor recinse
Suavemente al petto, e, ribattendo
L’aria trattata, entro a le mormoranti
Fiamme commosse il chiuse.... e poi fu notte! —
II
E, quando è sonno, intraveder fra l’alte
De l’aereo ciglion piante, atteggiate
Da le crescenti tenebre solenni
A vaporose forme, il tuo fantasma,
Come calato da le vette eterne
A difesa di Giuda.... Una paura,
Un sublime terror gli uscia di vista,
E il pellicano coi suoi lunghi gridi
S’ergea dal Nilo — Dai rotanti mondi
Pei deserti del Ciel piovea sovr’esso
Fosca luce e tremenda — In Samaria
Avvallava lo sguardo, e tentennava
La corona d’Acabbo, e d’un sorriso
Venia conforto d’Azzaïllo al core
Come trave di rena innanti al diro
Ponente del Deserto iva aggrandendosi
La torva ombra sublime: ambo le braccia
Sotto limpido Ciel stendea sovrana,
E copria l’oriente, e tramontava —
III
Un popol di pensanti era coperto
Da le floride balze — Il primo Sole,
Le prime stelle riflettean lor pura
Luce su bianche pensierose fronti
Dai burroni affacciate, e i santi colli
Parean vulcan d’amore e di pensiero —
Oh cari dì!... Quando vigor non puote
O di braccia o di cuor: quando la guerra
Avvelena gli affetti, e il tradimento
Spezza la voce dei valenti e il ferro,
Corri ai monti, o soffrente, e t’avvicina,
Come col guardo, col pensiero al Cielo! —
I figliuoli d’Elia svolgeano almanco,
Per lunghe preci, la rovente spada
De lo sdegno di Dio dai barcollanti
Vitreï troni: indi spedian responsi
Ai potentati; e senza brandi, o ceppi,
O prudente terror reggean securi
Degli umani le sorti: o almen su l’ala
De la fidanza, ritorcean le piante
Da la sozza Babelle, e intemerati,
Per lungo anno di veglie e d’astinenze,
Sen tornavano a Dio. Dolce compenso
Si avean frattanto un avvenir di rose,
Mille serene ricordanze, e un calmo
Volger di affetti. Appo i tranquilli argenti
Di vergineo ruscel, su per l’erbosa
Morbida zolla, a l’ospital frescura
Di solitario salice piangente
Eran felici! e in fondo a le vallate
Silenzïose, e in cima a le pendenti
Aēree rocce era più gaio il Sole,
Più limpida la luna, più lucenti
Gli astri, più fresca la cilestre zona
De l’aër matutino — Un indistinto
Soventi udiasi gemebondo arpeggio,
E un batter d’ale, e un varïar di passi,
E un fremer d’aria, e un balenar — Parea
Aperto il Ciel su la montagna, e scesi
Sovr’essa i Serafini — A la mesta ora
Di vespro il monte le sue tante apria
Oranti bocche, e uscian quindi preghiere,
Qual d’ardente incensier lenta evapora
Pei trapunti convessi araba essenza,
E l’Angel de la prece a piè di Dio
Pietosamente le ponea.... Beati!...
Tutti fratelli, in natural costume
Stretti, tenean, come volea speranza,
Florida via, sola una legge, Amore!
E più felici, ove la mente eterna
Stata lor fosse aperta, e stenebrato
Il profondo avvenir! Glorie novelle
A la fiorente altura! A nome eterno,
Venerato dagli Angeli s’ingemmi
Il nome del Carmelo! Anche un’etade,
E da quell’alto un’ocëan di luce
Romperà sulla terra!
IV
Gli Anacoreti le votar sui gioghi
Del gran monte di Elia. Guardie celesti,
Non viste, a piè del rozzo altar sedeano,
E, a piene mani, empìan l’aria di puro
Non umano profumo: padiglione
Tessean le palme al pio sacello, e gemme
Sul santo letto profondea la notte
Di lucenti rugiade — Amicamente
Quando per entro i luminosi alberghi
Degli astri, iva a posarsi in Paradiso,
La Gran Madre di Dio, gli occhi converse
A la cara muraglia, e il santo sogno
Forse allor meditò.
V
D’agitati turiboli staccata
Süavemente!... Il sognator sentissi
Da celeste delirio ammalïato,
E ne piangea.... quando, ad un’ora, aperta
Nube, che chiusa procedea dïanzi
Fra tanta luce, in maestà Divina
La Signora degli angeli fu vista!
Due Cherubini le reggean sul capo
Il diadema dei Cieli, attornïato
Di sette stelle: altri, dai casti veli
Fuor nevigando intemerati gigli,
Fiorianle il santo seno: avea sgabello
Mille e mille conteste ale tremanti
Di Serafini.... spazioso ammanto,
Tinto in eterno verde, e di rubini
Seminato e di perle, digradava
Dagli omeri divini a le seguenti
Nuvole in grembo.... le raccolte chiome
Erano d’oro.... erale velo al viso
Il sole de la grazia! — Allor doppiarsi
Le sante corde e i vorticosi incensi,
Ed aggruppati in supplici corone
Cento angioletti il dolce inno levaro:
«Salve Regina!» e ripetean sonori
I convessi del Ciel chiari cristalli
«Salve!» — Da l’ala Raffael staccossi
Verde una piuma: sette raggi il sole
Piovve dal capo: un Serafin dell’iri
Azzurrina degli occhi, altri di bianche
Penne scemârsi, e uscia di tanti doni
Creäto un astro con dipinta in seno
La montagna d’Elia, splendido trono
A l’ancella di Dio!... Gracili balli
Guidar gli alati, e una canzon d’amore
Dietro la corsa de l’eterne ruote
Lieve seguia «Salve, de l’onde, o stella!
«Salve, porta del Ciel!» Solennemente
Tolse Maria la fiammeggiante immago,
E grazïosa la fermò sul cuore
Del dormïente.... gli fasciò la fronte
Di finissimo velo, e annebbïata
Da un nugolo di rose, alta nei cieli
Fra la pompa degli angeli si chiuse....
Tornò l’aria serena — Esterrefatto
Ei da la mira visïon destossi,
E tuttaquanta l’armonia sentita
Eragli in cor, qual murmure incessante
A chi sottesso il padiglion de l’onde
Profonda il nuoto — Scapolar divino
Calar sentissi da la fronte, e pianse
Pianto di gioia! Rivelò dai mari
Le memorande cose: alto gioïrne
D’Europa i figli, ed in devote lane
Chiusi, mille potenti ergean cenobî
Carmelitani — Tolte agli aurei balli,
Ai colmi laghi, a le turrite mura,
Mille fanciulle disparian nei claustri,
Come gruppi di stelle in veleggiante
Nuvola assorte: altre, d’un lungo addio
Fissando l’armi dei paterni spaldi,
Stringean, colombe vereconde, il volo
Ai casti alberghi, che levò sul monte,
Da lunga etade la pietosa Madre
Di Costantino.
VI
De la credenza al Tartaro, a l’Armeno,
Vinti i spazi de l’onde, ivan tuonando
Generosi oratori — Eppur gemea
Il Cristïan ne l’Asia, e muto schiavo
Sotto verga di bronzo umilïato
Da la bestemmia ismäelita, a lento
Spasmo invocava dei fratelli il brando —
Oh Francia! Francia! Terra benedetta
Fra le terre di Cristo! E te pur nembi
Abbian travolta, glorïosa sempre
Da l’empie notti, per diritta via,
Tornasti a l’ombra dei stendardi santi —
Tu gemella d’Italia, a cui ti strigne
La catena de l’alpe, in sante imprese
Tu poderosi brandi, ed indomata
Forza di cuor le profferisti, ed Ella
Gli ardenti inni di Roma, e la canzone
Dei suoi poëti! Da remote etadi
Quando il conforto de le sante linfe
Piovve dal Ciel sul coronato capo
Di Clodoveo: quando gli altar festanti
Per candelabri e rose, udirne il giuro
De l’eterna credenza e de l’amore,
E migliaia di Franchi, a tanto esempio,
Sporser, volenti, ne le argentee conche
Del battesmo la fronte, e Clodoveo
Col caro nome di Figliuol di Cristo
Salutato regnò, fin da quei tempi
Nei volumi di Dio prima fra genti
Splendesti, o Francia! E a le battaglie antiche
Di Terra Santa, a la primiera lutta
D’un doppio mondo sgomberò Goffredo
Gl’intentati sentier di Palestina,
Ed ispirato il divinò col canto
L’usignuol di Sïonne! E, quando bevve
Il cavallo Alemanno, il Franco e l’Anglo
A le correnti, ove sorgean le spile
Di Batüele, apparecchiò Filippo
Il lauro del martirio e del trïonfo
Al Lione scozzese.... aprì la sfida
Di Sïonne un tuo Sire, un tuo la chiuse!
Il Divino dei Re, fatto maggiore
Dei dissidi d’Europa, al grido estremo
Correa dei mesti, d’armi spopolando
E di tesauri il regno — Ah mai più bello
Non cadde il dì su glorïosa flotta,
Di santo ardir, per l’Oceàn, danzante!
Aperte al fiato di seconde aurette,
Mille candide vele, alla ventura
Del mar fidate, mille croci al Sole
Svolgean dai lembi — D’Odoardo i prodi
E la chiomata gioventù di Francia
Popolavan le prore, a cui ridea
Limpido il sol de la speranza! I canti
Dei superbi saloni, i larghi voli
Dei falchi obbedienti, e le corone
De le ferrate giostre, e l’auree e i poggi,
E le influenze dei paterni climi
Obliavan quei bravi, omai cocenti
Di ardenza Oriental — Seguia Luigi,
Sotto tenda reale, e folgorante
Pendeagli al core, talisman possente,
Il Simbol del Carmelo, unico stemma
Del suo vasto reame, unica pompa,
Ond’ei beava dei suoi figli il guardo
Ne le civiche feste, e ch’Ei scambiava
Coll’aureo manto, che indossò nei primi
Lieti giorni di regno — Alta cometa
Innanzi a cui tremavan le tempeste,
E il mar, domo Lïon, mite scuotea
La vasta pompa de le azzurre chiome!
Il pio Monarca! A le festanti vele
L’occhio intendendo, od i remoti lembi
Del mar, preso d’amor, travalicando,
Sui cedri del Carmelo iva a posarsi
Coll’estatica mente, e le sommesse
Pianure d’Israëllo, e le cittadi
All’Arabo suggette, e i santi avelli
Svergognati da laïdi serragli.
E di sangue fedel le imporporate
Zolle di Delta a misurar d’un guardo
E inchinarle col pianto! — In Damïata
Tuonar Franchi oricalchi, e sventolava
Il vessillo di Cristo in Damïata —
Erano a festa i Crocïati, e tutto
Vittoria impromettea: partian le donne,
L’armi durando, a ricovrar sui gioghi
D’Elia; chè tutto l’Infedel vastando
Venerava quei gioghi — E là correa
La redenta Gesile, a cui ventura
D’amor gli affetti a la credenza aperse.
VII
Inorgoglita fastidendo, al core
Sentia venirsi ardente sprezzo, e ardente
Palpito d’ira — o fosse italo sangue
In sue vene corrente, o vincitrice
Forza di Ciel, come a miglior ventura,
Prendea diletto, in cristian costume
Vagar fra gli ampi padiglion di Cristo —
Quivi, rapita in santa estasi agl’inni
D’un ispirato giovinetto, accolse
Le prime aure d’amor! — Fra i Trovatori
De la bella Provenza, il primo egli era
L’animoso Gualtiero all’armi e al canto,
Ei, soldato sul campo, a le prime ombre
Usignuol fra le tende, avvicendava
Brando e liüto, inni cocenti e sangue —
Era sereno il Ciel: sotto le mura
Di Damïata a le pesanti schiere
Vittorïosa armonica sirventa
Da le suavi corde alto inviava....
Oh! al caro volger di quel biondo capo
Verso i Cieli turchini, al grazioso
Fremer dei carmi la Raminga intese
Secreta ansia e profonda! — In Orïente
Crescea la notte, ricca di quïete
Pei Crocïati — a limpida fontana
Trasse Gesile, ed occuponne il margo,
Muta gli astri seguendo!.... il crin tradia
L’ispide lane, e in fluttüanti liste
Scendeale al sen — tacea! — Lento sorvenne
(Tratto fors’ei da vago estro di pianto,
Che in anima gentil vien da la notte)
Appo l’acque lucenti il pensieroso
Trovator di Provenza.... a la soletta
Mancâr d’un tratto le ginocchia e il core! —
Ai verecondi sguardi, a le tremanti
Parole di speranza uniasi il mesto
Gemir de la corrente, e la canzone
De l’uccel dei rosai!.... Vergini stelle
Carezzavan la lagrima pudica
Dei fortunati! — E l’Alba tremolava
Su le marine d’Oriente, e il primo
Riso del giorno imporporò gli amanti
In dolce atto di ciel — Sul caro capo
De la prona Gesile onde serene
Riversava Gualtier, pronunzïando
De la credenza il giuro «Oh sii di Cristo!»
Ed a la mite, che credea, fe’ dono
Del Simbol del Carmelo, e «là dicea,
«Là ti cela, o Redenta! — Or deh non vedi
«Come sovr’esso s’inazzurra il Cielo
«Gloriosamente, pari a curva tenda
«Sul Monarca dei Monti! — Oh quante volte
«Ne l’ardenza dei carmi io là volai
«Da le castella d’Occidente, e dolce
«Presentimento mi prendea d’arcana
«Fiamma ventura — che or da te mi viene! —
«Va, sii fior del Carmelo!... Amor terreno
«È rugiada, che vergin s’incolora
«Ne l’alma grana, che le vien dal fiore;
«E sovra noi caduto un tanto affetto
«Sia celeste, o Redenta! — Alberga e spera
«Fra quelle caste mura: è men sūave
«Di Damasco il gesmin d’una sperante
«Albergatrice di virginei chiostri!
«Va, ti serba ai miei voti! — Allor che schiusa
«Fia la Tomba di Cristo ai figli suoi
«Meco verrai, respirerai tu meco
«Le care aure di Francia... o eternamente,
«Ov’io nel dubbio battagliar soccomba,
«Su la terra divisi, e eternamente
«Uniti in Dio! — Tu da le pie litane,
«Quando è sera, a le tende Crocïate
«Manda un saluto; io da la mie trincee
«Volerò sul tuo Monte — Ardente e primo
«Abbiti addio!» — Crebber le guerre: a sera
Egli dal campo, Ella dal monte in Dio
S’unian — pietosi! — E scolorossi l’astro
Del soldato Francese; e in Damïata
De le superbe cupole la Luna
Ritenne il sommo, e scintillò di sangue.
Päurose colombe a piè de l’are
Le figlie del Carmelo lagrimate
Levar preghiere, che gemean lungh’esso
Le navate del Tempio — Ai vaporosi
Incensieri, rompenti il verginale
Splendor dei ceri, ai canti gemebondi,
Al sublime del tempio, a quando a quando
Reddia Gesile sul destin crudele
Dei Crocïati — Era deserto il Tempio...
Sola Ell’era nel Tempio! In la preghiera
Gradatamente profondossi, e, come
In Dio rapita da la Terra, ascese
I firmamenti, e candida bandiera
Vide da lungi sventolar su trono
Adamantino, e verdeggiarle intorno
Svelte palme d’ulivo — indi, guidato
Da Gabrïel; ne l’armi scintillante,
E d’azzurro pennon coperto a l’elmo
Giovinetto guerrier venirsen lieto
In fronte a mille.... «Al martire di Cristo
«La corona dei Cieli!» udissi un grido,
E di Gualtiero al denudato capo
Passò l’ulivo!... accapricciò Gesile,
E dall’ara staccossi, e sull’altura
Col raggio vespertin trasse.... oh in quell’ora
Sotto palma gemente il giovinetto
De la Provenza, vulnerato al fianco
D’asta nemica, disïosamente
Volto al Carmelo, e, a la sua Terra, e al Cielo
E a Gesile pensando, ultimo fiato
Mise, e lo spazio, cui segnò col guardo,
Libera l’alma valicando, il guardo
Incontrò de la pia!.... Caddero l’ombre!
Visse Gesile: ritornar, venire
Vide i prodi di Francia: udì mancato
Il Santo fra i monarchi: al vel si volse
Al vel — per sempre!.. e pianse.. e scese anch’Ella
Indi ne l’urna, ed urna e giniceo
E pietre ed ossa dissiponne il tempo!
E lor degli anni rinverdian le rose!
Al fidente vegliardo, al disperato
Ne la bestemmia agonizzante oh spesso
Tu desti il pane de la stanca vita,
O il pentimento de la morte.... Salve,
Salve, Monte ospitale: il vïandante,
Cui difettar col giorno e cibo e lena,
Sotto le volte dei cenobi tuoi
Riconfortato assonna, e tutti oblìa,
Al Santo tocco de la tua campana,
I tristi affetti, che accompagnan sempre
Il vïandante! — Oh quante volte il figlio
D’Ismaël, visitando la profonda
Caverna dei Profeti, aperta al mare,
O, ascendendo la balza, a quando a quando
Resta commosso dei credenti al Salmo,
E sogguarda le stelle, e piange..... e crede!
Bello è posarti in cima allor che il Sole
Col raggio de l’Addio batte su i monti
Di Galilea, e d’ombre vaporose
Caifa si ammanta. Allor, quante son mai,
Sboccano al cuor le ricordanze pie
Dei morti giorni, e le speranze e i voti
De l’avvenir! — Su per quei verdi gioghi,
Come il genio volea; l’affettuoso
Bardo francese spaziò, cacciando
Avido il guardo in l’ultim’Orizzonte,
E, meditando, corruscar, da lungi
Vide d’Acri sul golfo i moribondi
Lampi del giorno, ed allumar le torri
Di San Giovanni... oh rimembranza! I tempi
De la gloria mancar! Da quelle alture
Su l’eminenti cupole tuonava
La bombarda francese!... anco fiammeggia
L’aër d’armi e d’armati, e ne le valli
Suona la zampa e l’anitrir dei baldi
Destrier di Montenotte! entro i fossati,
Come tramonta il sol, cadono i prodi
D’Arcole e Lodi,.... e orribilmente cupo
Il mar rimugghia al grandinar sonante
Dei pesanti cannoni, e orribilmente
Con guardo di cometa incende i bravi
Il colosso dei campi! Eppur da l’onde
Emerge il sol de la vittoria, e d’atra
Gramaglia al disco s’incorona, e lento
S’inabissa ne l’onde..... Oh d’un sorriso
Säettasse quel sol le glorïose
Aquile dei Tabborre! Oh sventolasse
Sui bastïon de la città percossa
Lo stendardo francese!... rimembranza!
Dai fianchi del Carmelo esce un lamento
D’ardire e d’agonia: giù ne le valli
L’eco raddoppia il portentoso nome,
Napoleöne — Il Granatier ferito,
Parte s’infranca a la vicina ammenda
D’Abukir memoranda, e parte l’ossa
Lascia sul monte de’ poeti al pianto!
Oh morti dì...! — Scese il poëta e pianse!
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