Al mio salice
Lagrime di contento,
Che spargi al mio reddir!
Come sereno e largo
Piovi la tua verzura
Di questa fonte al margo,
Ov’io ti posi un dì!
Come di te beato
Guardi nell’onda pura!
Mai non ti avrei sognato,
Salice mio, così!
Qui, pei silenzi immensi
De le purpuree sere,
Fra’ verecondi incensi
Degli alberi e dei fior,
Il mio pensier sorgea
A più lucenti spere,
E un immortal mi ardea
Misterïoso amor!
Qui mollemente assiso
In securtà romita,
Volto a le nubi il viso,
Chiuse le braccia al sen,
Stetti a velar l’ardente
Raminga Sullamita
Dei pepli d’Occidente
O che lo volli almen!
Chi mi ritolse ai cari
Ospizi de la villa?
Chi dei paterni lari
M’invidiò la fè?
Perchè da la gioconda
Oscurità tranquilla
Volli a più vaga sponda
Volger, mal cauto, il piè?
Ecco; l’infermo fianco
Qui riportai di nuovo!
Qui fastidito e stanco
Vengo a posarmi ancor!
Nulla cangiò sinora!
Quanto lasciai qui trovo!
Ch’io vi ricolga ancora
De la salute il fior!
Ch’io vi risenta, o miti
Soli de’ miei vigneti,
O cantici romiti
De l’usignuol vicin,
O tortori gementi
Da gl’intimi querceti,
O profumati venti
De l’ultimo Appennin!
Più florida pei clivi
La primavera esulti,
Il mandorlo e gli ulivi
S’ingemmino per me:
E tu, Siriaca pianta,
Che la mia fronte occulti,
Col venticel ricanta,
Che vola intorno a te!
Da le penombre amene
Del tuo ricurvo ramo
Guardo a le vie che tiene
La sparsa umanità;
E di fraterna lode
Seguo il vagante Adamo,
Che a le promesse prode
Tende le braccia, e va!
Ah, da quel dì che il pianto
Del profugo Israele
Sonò converso in canto
Di speme e di terror,
E i salici piangenti
Su l’acque di Babele
Rimormorâr frementi
D’un popolo al dolor,
Mai non udisti, o Assira
Pianta, quaggiù preghiera
Per l’esul che sospira
Verso il paterno ostel,
Come la mia profonda
Come la mia sincera,
Che da quest’erma sponda
Vola per tutti al ciel!
Source: Wikisource