Al mare Jonio
I
Come stelle lucenti ultime: spira
Il venticel più mite, e in candid’arco
Del mio breve naviglio enfia le vele.
III
Or sì limpido e piano, a le contese
Cime de’ monti il torbido attollevi
Flutto ruggente a le vendette! — E quando
Su la viaggiatrice arca sorrise
L’iride giovinetta il riversato
Mar seminando d’amorosa luce,
E la nivea palomba iva radendo
Le refluenti acque vittrici, e gaie
Saliano a l’aria le montagne, e Dio
Perdonava a la terra, allor tu forse
Per novo imperio agli ospiti migravi
Liti che bagni. Maraviglia al sole,
Fiorir di boschi i discoperti abissi,
E sonâr di città.
IV
De’ monti azzurri circuir le cime
Di porpora gentile; indi, fugate
Le vaporose ombre supreme, in cielo
Crescer sovrana e glorïosa, e tutta
D’un manto d’oro avviluppar la terra.
Così l’antica civiltà, per voi,
O Tirreni vaganti, in queste piaggie
I primi lampi del suo disco effuse,
Ch’indi schiarò l’Occaso; e tal successe
Il nomade Pelasgo a queste prode,
Tipo miglior de l’uomo, e qui la santa
De’ nostri padri sapïenza eterna
Pura trasferse, che fu l’ampio stame
De la superba tunica gemmata,
Onde si cinse il barbaro Occidente;
Fu vivo sol, che per mutar d’etadi
Non venne manco di splendor, ma, pari
Al Titon de le favole cadute,
Giovane sempre e poderoso, informa
De’ primi veri ogni novella idea,
Ogni trovato degli umani.
V
Stelle del ciel, che de la stessa luce
Le sue notti allegraste, esser può core,
Italo cor, che di potenti affetti
Su queste onde non arda, e di quei monti
Pe’ lucidi contorni alto su l’ale
Del sovvenir non voli? Oh quante ville,
Quante città per quel tacito lido!
Quanta gagliarda gioventù, qual forte
Popol vi stette, splendido, gigante,
Immaginoso! Eran per lui le nubi
Popolate di eterni: alberi, laghi,
Fiumi, boschi, dirupi eran di arcane
Intelligenze alberghi. Armonïose
Nereïdi quest’acque ivan fendendo;
Fuor da l’intime selve uscian le ninfe
Al niveo lume, onde ridea Diana.
Fatidiche cortine ondavan lente
Sul limitar de’ delubri; perenni
Ardean le fiamme sul riposto altare.
Ridea l’Olimpo su quest’onde aperto,
O radiante mare, e tu parevi
Anfiteatro azzurro, a cui spalliera
Eran verdi colline, ardue montagne
Greche, Japige, Sicule, Lucane,
E di Morea le balze; anfiteatro,
Ove fragranti de l’elisia rosa
Scendean gli eterni a visitar la terra.
Lucenti cocchi ivan per l’aria, ignote
Melodie da quest’onde uscian, rapite
Dai Zefiri fuggiaschi e da’ Favoni.
Compaginata di più forti nervi,
Men dal tedio evirata, emunta meno
Da ridolenti ozi superbi, un’alta
Stirpe tenea queste montagne e queste
Verdeggianti pianure. Irrequïeti
Scendeano i Geni de la patria intorno
Agl’inaccessi lari, ai vigilati
Sacri pomerî. De la guerra al grido
La federata gioventù pugnava
Glorïose battaglie. Odi remote
Sonar le trombe: sconfinato piano
D’alta messe coperto è il circo orrendo
De’ vindici guerrieri: ecco da lunge
Di sfrenati cavalli onda crescente
Venir col suon de la tempesta incontro
Ad un’altra onda di cavalli; avanti!
Avanti, o prodi! De’ poeti il grido
Le pianure discorre e l’aria e l’onda:
Freme il vento ne’ grani, e in flutti d’oro
Batte la spica ai sanguinosi fianchi
Degli anelanti alipedi: le folte
Messi vastate un mar di sangue allaga!
Nel tripudio de l’ira ecco caduti
Mille gagliardi giovinetti! Anch’essi
I fumanti cavalli al cor feriti,
Spirando esultan resupini al sole!
Bello è morir sul campo; avanti, avanti!
Sul niveo carro la Vittoria appressa
Le festanti città; scende la morte
Coi mille estinti a l’Erebo. Beati,
Più beati i caduti! Eterna ad essi
La cittadina lode, il pianto e i fiori
De le discinte vergini deserte,
E la luce del canto! O voi del Brada
Floride sponde! Sinuose rive
De l’Aciri e del Sinno, e sacri pioppi!
O famosa Cotrone! O Tarentino
Golfo, speranza, asilo ultimo, e tomba
Ai tornati da l’Ida eterni Achei!
O mura di Petilia! O Locri! O verdi
Campi del Nieto! Io vi saluto, e piango!
Noverator di divinate zolle
Su voi non langue il pensier mio, ma caldo
Di carità profonda in un concento
Di tanta età le ricordanze avvolge!
VI
Splendean l’ascia e la pialla, onde d’Epeo
Si armò la man quando commesse i fianchi
Al miro inganno espugnator di Troia.
Col Sinno a ritta e l’Aciri a mancina
Sovra un facile colle alta Eraclea
Incontro al raggio orïental posava.
Ne la memoria de l’età lontane
Città famose; venerandi altari,
Onde la fiamma del saver Pelasgo,
Pari al foco di Vesta, arse, rompendo
De l’Occaso le folte ombre ritrose.
VII
Talor, quando la notte alta più vola,
Per queste onde deserte ascolti il grido
Del barcaiuol che trafficando in mare
Da Taranto a Cotrone apre le vele.
Ed or che passo e canto una indistinta
Da l’acque esala melodia soave,
E aleggia intorno al mio naviglio. Ah forse
Tu sei, Calipso solitaria, errante
Su questi flutti, a te sì cari? O questa
Forse è la ricorrente eco del canto,
Cui da l’aerea rupe ultimo sciolse
Saffo infelice, allor che volta ai cieli,
E date a l’aure le riverse chiome
In grembo a le pietose acque disparve?
O tu sei che rivieni ai molli climi
Di Zacinto materna, ombra del fiero
Foscolo mio? Tua lunga ansia, tuo lungo
Disperato sospir questi sereni
Spazi di cielo erano un dì fra i nembi
D’Albïone! Ti allegra, anima ardente!
Sovra i colli di Zante arde peranche
L’ira de’ carmi, e di tua mente un raggio
Di Sòlomos nel petto inni profondi
Spira. Chi mai, chi non saria poeta
Su queste piaggie, ove abitò colui,
Che l’armonia de’ firmamenti intese?
Cor la sua nova carità gli mosse,
Qui ramingò lunghi anni, e qui, sublime
Per divino ardimento, i templi aperse
De’ rinnovati studi. Un infinito
Popol di alunni lo seguia ne l’ampie
Scole di Metaponto; indomite alme,
A l’esiglio, a la fame, a le catene,
A la morte parate, anzi che vili
Disdir la fede de la sua parola,
I suoi dommi tradir. Venian le donne,
Le gentili obblïando opre e le danze,
Severamente a meditar sui marmi
Del suo Liceo. Sofo immortal! Qual mente
Corse dietro al tuo volo, e sì dappresso
Vide ne’ cieli? Qual fu mai, de’ nati
A le pugne del dubbio e del mistero,
Qual fu mai che felice un tanto sguardo
Gittar potesse ne l’età ventura?
Ultimo raggio d’una età caduta,
Raggio primier d’una sorgente etade,
Di qui, sovrano, a federarle alzavi
La tua profonda universal parola.
Questo mare, quei monti, e questi cieli
Erano il tempio e la fatal cortina,
Onde parlavi ad erudir le genti;
E mille età concelebrâr devote
Questi cieli, quei monti e questo mare.
Tu riflettevi l’universo, e nulla
Stranier ti parve, o fondator del miro
Italogreco socïal Liceo!
Tu guerrier, tu potente unico sofo,
Tu generoso cittadin, tu voce
Conciliatrice di due mondi, ardente
Martire del pensiero e de l’amore,
Tu presentivi, meditando, l’alta
Necessità d’una parola eterna
Rivelata ai mortali. Astro sublime
Del ciel pagano! Di solinga luce
Per mille età rifolgorasti il mondo;
Fin che temprato nel gran Sol di Giuda
Su l’orizzonte cristïan salivi
Come gigante a correre la via!
Nel tuo splendor santificato, oh quanto,
Quale altissimo volo aprìr sovrani
L’Angiol di Bova e l’Angiolo d’Aquino!
IX
Armonïosi e disperati gridi
Il mortale traea; soventi ancora
Destò per caso ne le canne argute
Modulati sospir, gemiti e suoni
E meditovvi; e di voluttuosi
Pur dubbi ritmi ingentili cogli anni
Quanto il caso creò. Ma sempre arcano,
Incomprensibil sempre angiol canoro
La Musica spandeva intorno a l’uomo
Inebbrïante rapimento. Ei primo,
Pitagora, al sorriso aureo degli astri,
Santi commerci instaurò col vago
Angiol misterïoso; il vel gli tolse,
E sì, riflesso in numeri soavi,
Il diè nudo al mortai. De l’ardimento
Si piacque il Divo, e sua perenne elesse
Melodïosa reggia Italia intera.
E a lui, che il vinse, le sorgenti aperse
D’un’armonia più vasta, onde ordinati
Van tanti mondi in una danza: i cieli
Di soli e soli scintillàr sul capo
De l’estatico sofo, ed ei, rapito
Arcanamente pe’ celesti azzurri,
La copïosa melodia bevea
Che in onde eterne si riversa e spande
Fra le correnti de l’eterea luce:
E in quelle notti divinò le vie,
Che, dopo il giro di si lunga etade,
Tener dovea Copernico!.... Ah fin quando,
Fin quando il sole irraggerà quest’acque
Del suo riso vital, fin che l’aprile
Rifiorirà queste campagne, e un cuore
A questa luce batterà, quest’una
Itala sponda splenderà su tutte
Conservatrice e creatrice eterna
De l’armonia, de l’arti e del pensiero!
Senno è questo di Dio; senno di Dio,
Che su quei campi seminò da l’alto
Squadre, seste, compassi, arpe, colori,
Onde la vita palpitò ne’ marmi
Di Prassitele al cenno, onde la vita,
Di Zeusi al tocco, come desta emerse
Fuor da le radianti inclite tele.
X
Ricche di vita e di memorie, sacri
Monumenti de l’arte e del pensiero,
Mille dorate tavole pendeano
Per le Joniche sale. Ah, l’arti, dive
Ricreatrici del civil costume,
Non lascivia d’ingegno, erano allora!
Del patrio amor sacerdotessa ardente
La poesia di Nosside cantava
Ai combattenti giovinetti. I numi,
0 le memorie de’ vetusti Eroi
Del rapsodo a la musa eran subbietto,
E a l’armonia de’ marmi e de’ colori.
Or chi ti svelse dal fulgido stallo,
Terribile Tonante? Or chi ti ruppe
La formidata clava, Ercol pensoso,
Che su la combattuta idra spirante
Con leonina maestà sedevi?
Ove il tuo cinto, i tuoi colombi, e il tuo
Di cangiante conchiglia etereo cocchio,
Diva madre del riso e degli amori?
E tu, più bianca de l’intatta neve
Che de l’Olimpo in cima ultima cada,
Giovinetta celeste, Ebe divina,
Ove sei? Su quali aure erran tue bionde
Trecce diffuse? Come te, raggiante
Di profumata giovinezza eterna,
Per questi lidi ricorrea serena
La fantasia de l’arte Italogreca.
Pura come la nova alba del mondo
Fuor da quest’acque emerse in sua gentile
Semplicità. Deh, perchè mai nel cielo
Spaventata risalse? Anche il dolore,
Anche il dolore ella vestia d’un vago
Fulgidissimo velo: e non vedevi
In quei marmi sublimi un disperato
E di membra scompiglio e di sembianze;
Ma un tal pensoso reclinar di fronti,
E una grazia di teste, ed un soave
Languor di sguardi, che svelar parea
Le occulte gioie d’un dolor virile.
Deh perchè mai, deh perchè mai nel cielo,
E in eterno, risalse? Ah perchè mai
De’ suoi portenti le reliquie estreme
Con la gelida man disperse il Tempo?
XI
E la virtù de’ vostri padri, voi
Qui, superbendo, i dissepolti avanzi
De le vostre città contemplereste:
De le vostre città, che la inquïeta
Ala del tempo, ribellando i fiumi,
Tutte sovverse e trasportò nel mare.
Sotto quest’acque trovereste gli elmi
De’ vostri antichi, e le corazze, e l’aspre
Targhe di rame e i sandali guerrieri.
XII
Ed atti al grave meditar profondo.
Indi il Lucano Ocello, e la secura
Fantasia di colui, che d’aurei strali,
Adulando feria gli omeri olenti
De la sua Roma tralignata, e tutti
Del Bello i dommi in un concento accolse,
Ed incarnò ne l’opre; e, a le supreme
Regïoni del Genio aprendo il volo,
Mostrò che sola per quegl’ignei giri
Di Pindaro più l’ala ornai non era.
Or l’angiol del passato erra solingo
Fra le tue querce, e parla ai nembi: siede
Sovra le ripe de’ tuoi fiumi, e muto
Novera l’onde mormoranti al mare.
Or come aquila offesa il vol raccoglie
Sul Vulture fatale; e mentre il vento
Le negre effuse chiome agita intorno
A la fronte severa, i monti e l’acque
Ei riguarda pensoso; indi, librato
Su le penne sonanti, a larghe ruote
D’Agri esplora e di Sinno i piani e i colli,
E con voce di tuono i forti evoca,
Che perîr su quei campi.
Terribilmente soverchiâr le schiene
D’improvvisi elefanti, onde paura
Torse in fuga i Romani innanzi a Pirro,
Quell’ampie chiane di cotanti uccisi
Morte covrì, che il vincitor fremendo
A la vittoria maledisse. I fiumi
Menar sangue. A la notte, in mezzo al campo,
Del Molosso lo spettro alto vagava
Chiuso in armi corrusche; e, sogghignando
Su tanto fior di gagliardia mietuto,
Il proprio fato ricordò, quand’egli
Fra le correnti del fulvo Acheronte,
Imprecando a quel dì ch’ei piantar volle
In paese non suo l’asta guerriera,
Sotto al brando Lucan cadea trafitto,
E giù da le cruente acque rapito
Appo le porte d’Eraclea festante
Lutulento cadavere percosse.
Ed, ahi, que’ campi depredò crudele
Il clamoroso Saraceno, ed irte
Minacciose castella in quella vaga
Classica sponda fabbricò lo Svevo,
Ed il Normanno dissetò nel Brada
I suoi negri cavalli. Indi la fame,
I tremuoti, le pesti, il tempo in muta
Deserta landa converser quell’alma
Popolosa contrada, unica al mondo!
XIV
Per assiduo lavoro, in grembo al mare,
Ville e campagne fecondando, andrai!
Salve, tornante a queste piaggie, o diva
Potente aura d’amor! Dove tu spiri,
Anche i deserti allieti! Al tuo susurro
Canta il villan su la feconda zolla,
Carole intreccian le fanciulle, al cielo
Sorgon le torri e le città, la terra
Di fior s’ingemma e di navigli il mare!
XV
Stanco de’ climi boreali, ond’oggi
Ne vien l’insulto de’ superbi, ed ove
Inorridito illuminavi, o sole,
Per impervie foreste umane belve,
Ed empi riti e scellerati altari!
Aprile 1847.
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