Le rime di M. Francesco Petrarca/Sonetto CCXXVII
SONETTO CCXXVII.
Signor mio caro, ogni pensier mi tira
Devoto a veder voi, cui sempre veggio:
La mia fortuna (or che mi può far peggio?)
Mi tene a freno, e mi travolge, e gira.
Poi quel dolce desio ch’Amor mi spira,
Menami a morte, ch’i’ non me n’avveggio;
E mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
Dovunqu’io son, dì, e notte si sospira.
Carità di signore, amor di donna
Son le catene, ove con molti affanni
Legato son, perch’io stesso mi strinsi.
Un lauro verde, una gentil Colomna,
Quindici l’una, e l’altro diciott’anni
Portato ho in seno, e già mai non mi scinsi.