Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXXV

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

B

     Ch’in questa età mi fa divenir ladro
     Del bel lume leggiadro
     Senza ’l qual non vivrei in tanti affanni:
     Così avess’io i prim’anni
     Preso lo stil ch’or prender mi bisogna;
     Che ’n giovenil fallire è men vergogna.
Gli occhi soavi ond’io soglio aver vita,
     Delle divine lor’ alte bellezze
     Furmi in sul cominciar tanto cortesi;
     Che ’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze,
     Ma celato di for soccorso aita,
     Vissimi: che nè lor, nè altri offesi.
     Or; bench’a me ne pesi;
     Divento ingiurioso, e importuno:
     Che ’l poverel digiuno
     Vien’ ad atto talor ch’in miglior stato
     Avria in altrui biasmato.
     Se le man di pietà invidia m’ha chiuse;
     Fame amorosa, e ’l non poter mi scuse.
Ch’io ho cercate già vie più di mille,
     Per provar senza lor, se mortal cosa
     Mi potesse tener in vita un giorno:
     L’anima, poi ch’altrove non ha posa,
     Corre pur’ all’angeliche faville;
     Ed io, che son di cera, al foco torno;
     E pongo mente intorno
     Ove si fa men guardia a quel ch’i’ bramo;
     E come augello in ramo,
     Ove men teme, ivi più tosto è colto;
     Così dal suo bel volto
     L’involo or’ uno, ed or’ un’altro sguardo;
     E di ciò inseme mi nutrico, ed ardo.
Di mia morte mi pasco, e vivo in fiamme;
     Stranio cibo, e mirabil salamandra!
     Ma miracol non è; da tal si vole.
     Felice agnello alla penosa mandra

     Mi giacqui un tempo: or’ all’estremo famme
     A Fortuna, ed Amor pur come sole.
     Così rose, e viole
     Ha primavera, e ’l verno ha neve, e ghiaccio:
     Però s’i’ mi procaccio
     Quinci, e quindi alimenti al viver curto,
     Se vol dir che sia furto;
     Sì ricca donna deve esser contenta
     S’altri vive del suo, ch’ella nol senta.
Chi nol sa, di chi vivo, e vissi sempre
     Dal dì che prima que’ begli occhi vidi
     Che mi fecer cangiar vita, e costume?
     Per cercar terra, e mar da tutti lidi,
     Chi può saver tutte l’umane tempre?
     L’un vive, ecco, d’odor là sul gran fiume;
     Io qui di foco, e lume
     Queto i frali, e famelici miei spirti.
     Amor’ (e vo’ ben dirti)
     Disconviensi a signor l’esser sì parco.
     Tu hai li strali, e l’arco:
     Fa di tua man, non pur bramando, i’ mora:
     Ch’un bel morir tutta la vita onora.
Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce,
     In alcun modo più non può celarsi:
     Amor’, i’ ’l so; che ’l provo alle tue mani.
     Vedesti ben, quando sì tacito arsi:
     Or de’ miei gridi a me medesmo incresce,
     Che vo nojando e prossimi, e lontani.
     O mondo, o pensier vani!
     O mia forte ventura a che m’adduce!
     O di che vaga luce
     Al cor mi nacque la tenace speme
     Onde l’annoda, e preme
     Quella che con tua forza al fin mi mena!
     La colpa è vostra; e mio ’l danno, e la pena.
Così di ben’ amar porto tormento;

     E del peccato altrui cheggio perdono,
     Anzi del mio: che devea torcer li occhi
     Dal troppo lume, e di Sirene al suono
     Chiuder li orecchi: ed ancor non men pento,
     Che di dolce veleno il cor trabocchi.
     Aspett’io pur, che scocchi
     L’ultimo colpo chi mi diede il primo:
     E fia; s’i’ dritto estimo;
     Un modo di pietate occider tosto,
     Non essend’ei disposto
     A far altro di me che quel che soglia:
     Che ben mor chi morendo esce di doglia.
Canzon mia, fermo in campo
     Starò, ch’egli è disnor morir fuggendo.
     E me stesso riprendo
     Di tai lamenti; sì dolce è mia sorte,
     Pianto, sospiri, e morte.
     Servo d’Amor che queste rime leggi,
     Ben non ha ’l mondo che ’l mio mal pareggi.

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