Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXXI

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

Q

    E doglia, e morte dentro a gli occhi porta:
    Molto convene accorta
    Esser qual vista mai ver lei si giri:
    Pur che gli occhi non miri,
    L’altro puossi veder securamente.
    Ma io incauto dolente
    Corro sempre al mio male; e so ben quanto
    N’ho sofferto, e n’aspetto: ma l’ingordo
    Voler ch’è cieco, e sordo,
    Sì mi trasporta, che ’l bel viso santo,
    E gli occhi vaghi fien cagion ch’io pera,
    Di questa fera, angelica, innocente.
Surge nel mezzo giorno
    Una fontana, e tien nome del Sole;
    Che per natura sole
    Bollir le notti, e ’n sul giorno esser fredda;
    E tanto si raffredda,
    Quanto ’l Sol monta, e quanto è più da presso;
    Così avven’ a me stesso;
    Che son fonte di lagrime, e soggiorno:
    Quando ’l bel lume adorno,
    Ch’è ’l mio Sol, s’allontana; e triste, e sole
    Son le mie luci; e notte oscura è loro;
    Ardo allor: ma se l’oro.
    E i rai veggio apparir del vivo Sole;
    Tutto dentro, e di for sento cangiarme,
    E ghiaccio farme; così freddo torno.
Un’altra fonte ha Epiro;
    Di cui si scrive, ch’essendo fredda ella,
    Ogni spenta facella
    Accende; e spegne qual trovasse accesa.
    L’anima mia, ch’offesa
    Anchor non era d’amoroso foco;
    Appressandosi un poco
    A quella fredda ch’io sempre sospiro,
    Arse tutta; e martiro

    Simil giammai nè Sol vide, nè stella:
    Ch’un cor di marmo a pietà mosso avrebbe.
    Poi che ’nfiammata l’ebbe,
    Rispensela vertù gelata, e bella:
    Così più volte ha ’l cor racceso, e spento:
    I’ ’l so, che ’l sento; e spesso me n’adiro.
Fuor tutt’i nostri lidi
    Nell’isole famose di Fortuna
    Due fonti ha: chi dell’una
    Bee, mor ridendo; e chi dell’altra, scampa.
    Simil fortuna stampa
    Mia vita, che morir poria ridendo
    Del gran piacer ch’io prendo:
    Se nol temprassen dolorosi stridi.
    Amor, ch’anchor mi guidi
    Pur’ all’ombra di fama occulta; e bruna;
    Tacerem questa fonte; ch’ogni or piena,
    Ma con più larga vena
    Veggiam, quando col Tauro il Sol s’aduna:
    Così gli occhi miei piangon d’ogni tempo;
    Ma più nel tempo che Madonna vidi.
Chi spiasse, Canzone,
    Quel ch’i’ fo; tu poi dir, Sott’un gran sasso
    In una chiusa valle, ond’esce Sorga,
    Si sta: nè chi lo scorga,
    V’è, se no Amor, che mai nol lascia un passo,
    E l’immagine d’una che lo strugge:
    Che per sè fugge tutt’altre persone.

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