Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXIV

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

U

Questa mia donna mi menò molt’anni
     Pien di vaghezza giovenile ardendo,
     Siccom’ora io comprendo,
     Sol per aver di me più certa prova,
     Mostrandomi pur l’ombra, o ’l velo, o’ panni
     Talor di sè: ma ’l viso nascondendo:
     Ed io, lasso, credendo
     Vederne assai; tutta l’età mia nova
     Passai contento; e ’l rimembrar mi giova.
     Poi ch’alquanto di lei veggio or più innanzi,
     I’ dico, che pur dianzi,
     Qual io non l’avea vista infin’ allora,
     Mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
     Nel core; ed evvi ancora,
     E sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.
Ma non me ’l tolse la paura, o ’l gielo:
     Che pur tanta baldanza al mio cor diedi;
     Ch’i’ le mi strinsi a’ piedi,
     Per più dolcezza trar degli occhi suoi:
     Ed ella, che rimosso avea già il velo
     Dinanzi a’ miei, mi disse; Amico, or vedi,
     Com’io son bella; e chiedi,
     Quanto par si convenga agli anni tuoi.
     Madonna, dissi, già gran tempo in voi
     Posi ’l mio amor, ch’io sento or sì ’nfiammato:
     Ond’a me in questo stato
     Altro volere, o disvoler m’è tolto.
     Con voce allor di sì mirabil tempre
     Rispose, e con un volto,
     Che temer, e sperar mi farà sempre:
Rado fu al mondo fra così gran turba,
     Ch’udendo ragionar del mio valore
     Non si sentisse al core
     Per breve tempo almen qualche favilla:
     Ma l’avversaria mia, che ’l ben perturba,
     Tosto la spegne: ond’ogni vertù more;

     E regna altro signore,
     Che promette una vita più tranquilla.
     Della tua mente Amor, che prima aprilla,
     Mi dice cose veramente, ond’io
     Veggio, che ’l gran desio
     Pur d’onorato fin ti farà degno:
     E come già se’ de’ miei rari amici;
     Donna vedrai per segno,
     Che farà gli occhi tuoi via più felici.
I’ volea dir, Quest’è impossibil cosa;
     Quand’ella, Or mira, e leva gli occhi un poco
     In più riposto loco
     Donna ch’a pochi si mostrò giammai.
     Ratto inchinai la fronte vergognosa
     Sentendo novo dentro maggior foco;
     Ed ella il prese in gioco,
     Dicendo, Io veggio ben dove tu stai.
     Sì come ’l Sol co’ suoi possenti rai
     Fa subito sparir ogni altra stella;
     Così par’ or men bella
     La vista mia; cui maggior luce preme.
     Ma io però da’ miei non ti diparto:
     Che questa, e me d’un seme,
     Lei davanti, e me poi produsse un parto.
Ruppesi intanto di vergogna il nodo
     Ch’alla mia lingua era distretto intorno
     Su nel primiero scorno
     Allor quand’io del suo accorger m’accorsi:
     E ’ncominciai: S’egli è ver quel ch’i’ odo,
     Beato il padre, e benedetto il giorno
     C’ha di voi il mondo adorno;
     E tutto ’l tempo ch’a vedervi io corsi:
     E se mai della via dritta mi torsi,
     Duolmene forte assai più, ch’i’ non mostro;
     Ma se dell’esser vostro
     Fossi degno udir più, del desir’ ardo:

     Pensosa mi rispose, e così fiso
     Tenne ’l suo dolce sguardo,
     Ch’al cor mandò con le parole il viso.
Siccome piacque al nostro eterno padre;
     Ciascuna di noi due nacque immortale:
     Miseri; a voi che vale?
     Me’ v’era che da noi fosse ’l difetto.
     Amate, belle, giovani, e leggiadre
     Fummo alcun tempo; ed or siam giunte a tale,
     Che costei batte l’ale
     Per tornar all’antico suo ricetto:
     I’ per me sono un’ombra: ed or t’ho detto
     Quanto per te sì breve intender puossi.
     Poi che i piè suoi fur mossi,
     Dicendo, Non temer ch’i’ m’allontani;
     Di verde lauro una ghirlanda colse;
     La qual co le sue mani
     Intorno intorno alle mie tempie avvolse.
Canzon, chi tua ragion chiamasse oscura,
     Dì, Non ho cura: perchè tosto spero,
     Ch’altro messaggio il vero
     Farà in più chiara voce manifesto.
     Io venni sol per isvegliare altrui;
     Se chi m’impose questo,
     Non m’ingannò, quand’io partì da lui.

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