Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XX
P
Ma pur conven che l’alta impresa segua,
Continüando l’amorose note;
Sì possente è ’l voler che mi trasporta:
E la ragione è morta,
Che tenea ’l freno, e contrastar nol pote.
Mostrimi almen, ch’io dica,
Amor’, in guisa, che se mai percote
Gli orecchi della dolce mia nemica;
Non mia, ma di pietà la faccia amica.
Dico: Se ’n quella etate
Ch’al vero onor fur gli animi sì accesi,
L’industria d’alquanti uomini s’avvolse
Per diversi paesi,
Poggi, e onde passando; e l’onorate
Cose cercando, il più bel fior ne colse;
Poi che Dio, e Natura, ed Amor volse
Locar compitamente ogni virtute
In quei be’ lumi ond’io giojoso vivo;
Questo e quell’altro rivo
Non conven ch’i’ trapasse, e terra mute:
A lor sempre ricorro,
Come a fontana d’ogni mia salute;
E quando a morte desiando corro,
Sol di lor vista al mio stato soccorro.
Come a forza di venti
Stanco nocchier di notte alza la testa
A’ duo lumi ch’a sempre il nostro polo;
Così nella tempesta
Ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti
Sono il mio segno, e ’l mio conforto solo.
Lasso, ma troppo è più quel ch’io ne ’nvolo
Or quinci or quindi, com’Amor m’informa;
Che quel che vien da grazioso dono:
E quel poco ch’i’ sono,
Mi fa di loro una perpetua norma:
Poi ch’io li vidi in prima,
Senza lor’ a ben far non mossi un’orma:
Così gli ho di me posti in su la cima;
Che ’l mio valor per sè falso s’estima.
I’ non poria giammai
Immaginar, nonchè narrar gli effetti
Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
Tutti gli altri diletti
Di questa vita ho per minori assai;
E tutt’altre bellezze indietro vanno.
Pace tranquilla senz’alcuno affanno,
Simile a quella ch’è nel ciel’ eterna,
Move dal lor’ innamorato riso.
Così vedess’io fiso,
Come Amor dolcemente gli governa,
Sol’ un giorno da presso,
Senza volger già mai rota superna:
Nè pensassi d’altrui, nè di me stesso;
E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.
Lasso, che desiando
Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
E vivo del desir fuor di speranza.
Solamente quel nodo
Ch’Amor cerconda alla mia lingua, quando
L’umana vista il troppo lume avanza,
Fosse disciolto; i’ prenderei baldanza
Di dir parole in quel punto sì nove,
Che farian lagrimar chi le ’ntendesse.
Ma le ferite impresse
Volgon per forza il cor piagato altrove:
Ond’io divento smorto;
E ’l sangue si nasconde i’ non so dove;
Nè rimango qual’era; e sommi accorto,
Che questo è ’l colpo di che Amor m’ha morto.
Canzone, i’ sento già stancar la penna
Del lungo, e dolce ragionar con lei;
Ma non di parlar meco i pensier miei.