Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XX

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

P

     Ma pur conven che l’alta impresa segua,
     Continüando l’amorose note;
     Sì possente è ’l voler che mi trasporta:
     E la ragione è morta,
     Che tenea ’l freno, e contrastar nol pote.
     Mostrimi almen, ch’io dica,
     Amor’, in guisa, che se mai percote
     Gli orecchi della dolce mia nemica;
     Non mia, ma di pietà la faccia amica.
Dico: Se ’n quella etate
     Ch’al vero onor fur gli animi sì accesi,
     L’industria d’alquanti uomini s’avvolse
     Per diversi paesi,
     Poggi, e onde passando; e l’onorate
     Cose cercando, il più bel fior ne colse;
     Poi che Dio, e Natura, ed Amor volse
     Locar compitamente ogni virtute
     In quei be’ lumi ond’io giojoso vivo;
     Questo e quell’altro rivo
     Non conven ch’i’ trapasse, e terra mute:
     A lor sempre ricorro,
     Come a fontana d’ogni mia salute;
     E quando a morte desiando corro,
     Sol di lor vista al mio stato soccorro.
Come a forza di venti
     Stanco nocchier di notte alza la testa
     A’ duo lumi ch’a sempre il nostro polo;
     Così nella tempesta
     Ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti
     Sono il mio segno, e ’l mio conforto solo.
     Lasso, ma troppo è più quel ch’io ne ’nvolo
     Or quinci or quindi, com’Amor m’informa;
     Che quel che vien da grazioso dono:
     E quel poco ch’i’ sono,
     Mi fa di loro una perpetua norma:
     Poi ch’io li vidi in prima,

     Senza lor’ a ben far non mossi un’orma:
     Così gli ho di me posti in su la cima;
     Che ’l mio valor per sè falso s’estima.
I’ non poria giammai
     Immaginar, nonchè narrar gli effetti
     Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
     Tutti gli altri diletti
     Di questa vita ho per minori assai;
     E tutt’altre bellezze indietro vanno.
     Pace tranquilla senz’alcuno affanno,
     Simile a quella ch’è nel ciel’ eterna,
     Move dal lor’ innamorato riso.
     Così vedess’io fiso,
     Come Amor dolcemente gli governa,
     Sol’ un giorno da presso,
     Senza volger già mai rota superna:
     Nè pensassi d’altrui, nè di me stesso;
     E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.
Lasso, che desiando
     Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
     E vivo del desir fuor di speranza.
     Solamente quel nodo
     Ch’Amor cerconda alla mia lingua, quando
     L’umana vista il troppo lume avanza,
     Fosse disciolto; i’ prenderei baldanza
     Di dir parole in quel punto sì nove,
     Che farian lagrimar chi le ’ntendesse.
     Ma le ferite impresse
     Volgon per forza il cor piagato altrove:
     Ond’io divento smorto;
     E ’l sangue si nasconde i’ non so dove;
     Nè rimango qual’era; e sommi accorto,
     Che questo è ’l colpo di che Amor m’ha morto.
Canzone, i’ sento già stancar la penna
     Del lungo, e dolce ragionar con lei;
     Ma non di parlar meco i pensier miei.

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