Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XVIII

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

P

     Ma la paura un poco;
     Che ’l sangue vago per le vene agghiaccia;
     Risalda ’l cor perchè più tempo avvampi.
     O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
     O testimon’ della mia grave vita,
     Quante volte m’udiste chiamar Morte?
     Ahi dolorosa sorte!
     Lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita.
     Ma; se maggior paura
     Non m’affrenasse; via corta, e spedita
     Trarrebbe a fin quest’aspra pena, e dura;
     E la colpa è di tal, che non ha cura.
Dolor, perchè mi meni
     Fuor di cammin’ a dir quel ch’i’ non voglio?
     Sostien’ ch’io vada ove ’l piacer mi spigne.
     Già di voi non mi doglio,
     Occhi sopra ’l mortal corso sereni,
     Nè di lui ch’a tal nodo mi distrigne.
     Vedete ben quanti color dipigne
     Amor sovente in mezzo del mio volto;
     E potrete pensar, qual dentro fammi,
     Là ’ve dì, e notte stammi
     Adosso, col poder c’ha in voi raccolto,
     Luce beate, e liete;
     Se non che ’l veder voi stesse v’è tolto:
     Ma quante volte a me vi rivolgete,
     Conoscete in altrui quel che voi siete.
S’a voi fosse sì nota
     La divina incredibile bellezza
     Di ch’io ragiono, come a chi la mira;
     Misurata allegrezza
     Non avria ’l cor: però forse è remota
     Dal vigor natural che v’apre, e gira.
     Felice l’alma che per voi sospira,
     Lumi del ciel, per li quali io ringrazio
     La vita che per altro non m’è a grado.

     Oimè, perchè sì rado
     Mi date quel dond’io mai non son sazio?
     Perchè non più sovente
     Mirate, qual’Amor di me fa strazio?
     E perchè mi spogliate immantenente
     Del ben, ch’ad ora ad or l’anima sente?
Dico, ch’ad ora ad ora
     (Vostra mercede) i’ sento in mezzo l’alma
     Una dolcezza inusitata, e nova;
     La qual ogni altra salma
     Di nojosi pensier disgombra allora
     Sì, che di mille un sol vi si ritrova:
     Quel tanto a me, non più, del viver giova:
     E se questo mio ben durasse alquanto,
     Nullo stato agguagliarse al mio porrebbe:
     Ma forse altrui farebbe
     Invido, e me superbo l’onor tanto:
     Però, lasso, conviensi
     Che l’estremo del riso assaglia il pianto:
     E ’nterrompendo quelli spirti accensi,
     A me ritorni, e di me stesso pensi.
L’amoroso pensero
     Ch’alberga dentro, in voi mi si discopre
     Tal, che mi trae del cor ogni altra gioia:
     Onde parole, ed opre
     Escon di me sì fatte allor, ch’i’ spero
     Farmi immortal, perchè la carne moja.
     Fugge al vostro apparire angoscia, e noja;
     E nel vostro partir tornano inseme:
     Ma perchè la memoria innamorata
     Chiude lor poi l’entrata;
     Di là non vanno dalle parti estreme:
     Onde s’alcun bel frutto
     Nasce di me; da voi vien prima il seme:
     Io per me son quasi un terreno asciutto
     Colto da voi, e ’l pregio è vostro in tutto.

Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi
     A dir di quel ch’a me stesso m’invola:
     Però sia certa di non esser sola.

More poems by Francesco Petrarca

All poems by Francesco Petrarca →