Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLVIII

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

Q

     Mia pazienza, e ’n odio ebbi la vita.
Così ’l mio tempo infin qui trapassato
     È in fiamma, e ’n pene; e quante utili oneste
     Vie sprezzai, quante feste,
     Per servir questo lusinghier crudele!
     E qual’ ingegno ha sì parole preste,
     Che stringer possa ’l mio infelice stato,
     E le mie d’esto ingrato
     Tante, e sì gravi, e sì giuste querele?
     O poco mel, molto aloè con fele!
     In quanto amaro ha la mia vita avvezza
     Con sua falsa dolcezza;
     La qual m’atrasse a l’amorosa schiera!
     Che, s’i’ non m’inganno, era
     Disposto a sollevarmi alto da terra:
     E’ mi tolse di pace, e pose in guerra.
Questi m’ha fatto men amare Dio
     Ch’i’ non devea, e men curar me stesso:
     Per una Donna ho messo
     Egualmente in non cale ogni pensiero:
     Di ciò m’è stato consiglier sol’ esso
     Sempre aguzzando il giovenil desio
     All’empia cote, ond’io
     Sperai riposo al suo giogo aspro, e fero.
     Misero, a che quel chiaro ingegno altero,
     E l’altre doti a me date dal Cielo?
     Che vo cangiando ’l pelo,
     Nè cangiar posso l’ostinata voglia;
     Così in tutto mi spoglia
     Di libertà questo crudel ch’i’ accuso;
     Ch’amaro viver m’ha vòlto in dolce uso.
Cercar m’ha fatto deserti paesi;
     Fiere, e ladri rapaci, ispidi dumi;
     Dure genti, e costumi,
     Ed ogni error che’ pellegrini intrica;
     Monti, valli, paludi, e mari, e fiumi;

     Mille lacciuoli in ogni parte tesi;
     E ’l verno in strani mesi
     Con pericol presente, e con fatica.
     Nè costui, nè quell’altra mia nemica
     Ch’i’ fuggia, mi lasciavan sol’ un punto:
     Onde, s’i’ non son giunto
     Anzi tempo da morte acerba, e dura;
     Pietà celeste ha cura
     Di mia salute, non questo tiranno;
     Che del mio duol si pasce, e del mio danno.
Poi che suo fui, non ebbi ora tranquilla,
     Nè spero aver; e le mie notti il sonno
     Sbandiro, e più non ponno
     Per erbe, o per incanti a sè ritrarlo.
     Per inganni, e per forza è fatto donno
     Sovra miei spirti; e non sonò poi squilla,
     Ov’io sia in qualche villa,
     Ch’i’ non l’udissi: ei sa che ’l vero parlo:
     Che legno vecchio mai non rose tarlo,
     Come questi ’l mio core, in che s’annida,
     E di morte lo sfida.
     Quinci nascon le lagrime e i martìri,
     Le parole, e i sospiri
     Di ch’io mi vo stancando, e forse altrui:
     Giudica tu, che me conosci e lui.
Il mio avversario con agre rampogne
     Comincia: O Donna, intendi l’altra parte;
     Che ’l vero, onde si parte
     Quest’ingrato, dirà senza difetto.
     Questi in sua prima età fu dato all’arte
     Da vender parolette, anzi menzogne:
     Nè par che si vergogne
     Tolto da quella noja al mio diletto
     Lamentarsi di me; che puro, e netto
     Contra ’l desio che spesso il suo mal vole,
     Lui tenni, ond’or si dole,

     In dolce vita, ch’ei miseria chiama:
     Salito in qualche fama
     Solo per me, che ’l suo intelletto alzai
     Ov’alzato per sè non fora mai.
Ei sa che ’l grande Atride, e l’alto Achille,
     Ed Annibàl al terren vostro amaro,
     E di tutti il più chiaro
     Un altro e di virtute, e di fortuna;
     Com’a ciascun le sue stelle ordinaro;
     Lasciai cader in vil’ amor d’ancille:
     Ed a costui di mille
     Donne elette eccellenti, n’elessi una
     Qual non si vedrà mai sotto la luna,
     Benchè Lucrezia ritornasse a Roma;
     E sì dolce idioma
     Le diedi, ed un cantar tanto soave,
     Che pensier basso, o grave
     Non potè mai durar dinanzi a lei.
     Questi fur con costui gl’inganni miei.
Questo fu il fel, questi li sdegni, e l’ire,
     Più dolci assai che di null’altra il tutto.
     Di buon seme mal frutto
     Mieto: e tal merito ha chi ’ngrato serve.
     Sì l’avea sotto l’ali mie condutto,
     Ch’a donne, e cavalier piacea ’l suo dire:
     E sì alto salire
     Il feci, che tra’ caldi ingegni ferve
     Il suo nome, e de’ suoi detti conserve
     Si fanno con diletto in alcun loco:
     Ch’or saria forse un roco
     Mormorador di corti, un’uom del vulgo:
     I’ l’esalto, e divulgo
     Per quel ch’elli ’mparò nella mia scola,
     E da colei che fu nel mondo sola.
E per dir a l’estremo il gran servigio;
     Da mill’atti inonesti l’ho ritratto,

     Che mai per alcun patto
     A lui piacer non potèo cosa vile;
     Giovene schivo, e vergognoso in atto,
     Ed in pensier, poi che fatt’era uom ligio
     Di lei ch’alto vestigio
     L’impresse al core, e fecel suo simìle.
     Quanto ha del pellegrino, e del gentile,
     Da lei tene, e da me, di cui si biasma.
     Mai notturno fantasma
     D’error non fu sì pien, com’ei ver noi:
     Ch’è in grazia da poi
     Che ne conobbe, a Dio, ed alla gente:
     Di ciò il superbo si lamenta, e pente.
Ancor’ (e questo è quel che tutto avanza)
     Da volar sopra ’l Ciel li avea dat’ali
     Per le cose mortali,
     Che son scala al Fattor, chi ben l’estima:
     Che mirando ei ben fiso, quante, e quali
     Eran virtuti in quella sua speranza,
     D’una in altra sembianza
     Potea levarsi all’alta cagion prima:
     Ed ei l’ha detto alcuna volta in rima.
     Or m’ha posto in oblio con quella Donna
     Ch’i’ li die’ per colonna
     Della sua frale vita. A questo un strido
     Lagrimoso alzo; e grido;
     Ben me la diè, ma tosto la ritolse.
     Risponde, Io nò, ma chi per sè la volse.
Alfin ambo conversi al giusto seggio;
     Io con tremanti; ei con voci alte, e crude;
     Ciascun per sè conchiude,
     Nobile Donna, tua sententia attendo.
     Ella allor sorridendo;
     Piacemi aver vostre questioni udite;
     Ma più tempo bisogna a tanta lite.

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