Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLVIII
Q
Mia pazienza, e ’n odio ebbi la vita.
Così ’l mio tempo infin qui trapassato
È in fiamma, e ’n pene; e quante utili oneste
Vie sprezzai, quante feste,
Per servir questo lusinghier crudele!
E qual’ ingegno ha sì parole preste,
Che stringer possa ’l mio infelice stato,
E le mie d’esto ingrato
Tante, e sì gravi, e sì giuste querele?
O poco mel, molto aloè con fele!
In quanto amaro ha la mia vita avvezza
Con sua falsa dolcezza;
La qual m’atrasse a l’amorosa schiera!
Che, s’i’ non m’inganno, era
Disposto a sollevarmi alto da terra:
E’ mi tolse di pace, e pose in guerra.
Questi m’ha fatto men amare Dio
Ch’i’ non devea, e men curar me stesso:
Per una Donna ho messo
Egualmente in non cale ogni pensiero:
Di ciò m’è stato consiglier sol’ esso
Sempre aguzzando il giovenil desio
All’empia cote, ond’io
Sperai riposo al suo giogo aspro, e fero.
Misero, a che quel chiaro ingegno altero,
E l’altre doti a me date dal Cielo?
Che vo cangiando ’l pelo,
Nè cangiar posso l’ostinata voglia;
Così in tutto mi spoglia
Di libertà questo crudel ch’i’ accuso;
Ch’amaro viver m’ha vòlto in dolce uso.
Cercar m’ha fatto deserti paesi;
Fiere, e ladri rapaci, ispidi dumi;
Dure genti, e costumi,
Ed ogni error che’ pellegrini intrica;
Monti, valli, paludi, e mari, e fiumi;
Mille lacciuoli in ogni parte tesi;
E ’l verno in strani mesi
Con pericol presente, e con fatica.
Nè costui, nè quell’altra mia nemica
Ch’i’ fuggia, mi lasciavan sol’ un punto:
Onde, s’i’ non son giunto
Anzi tempo da morte acerba, e dura;
Pietà celeste ha cura
Di mia salute, non questo tiranno;
Che del mio duol si pasce, e del mio danno.
Poi che suo fui, non ebbi ora tranquilla,
Nè spero aver; e le mie notti il sonno
Sbandiro, e più non ponno
Per erbe, o per incanti a sè ritrarlo.
Per inganni, e per forza è fatto donno
Sovra miei spirti; e non sonò poi squilla,
Ov’io sia in qualche villa,
Ch’i’ non l’udissi: ei sa che ’l vero parlo:
Che legno vecchio mai non rose tarlo,
Come questi ’l mio core, in che s’annida,
E di morte lo sfida.
Quinci nascon le lagrime e i martìri,
Le parole, e i sospiri
Di ch’io mi vo stancando, e forse altrui:
Giudica tu, che me conosci e lui.
Il mio avversario con agre rampogne
Comincia: O Donna, intendi l’altra parte;
Che ’l vero, onde si parte
Quest’ingrato, dirà senza difetto.
Questi in sua prima età fu dato all’arte
Da vender parolette, anzi menzogne:
Nè par che si vergogne
Tolto da quella noja al mio diletto
Lamentarsi di me; che puro, e netto
Contra ’l desio che spesso il suo mal vole,
Lui tenni, ond’or si dole,
In dolce vita, ch’ei miseria chiama:
Salito in qualche fama
Solo per me, che ’l suo intelletto alzai
Ov’alzato per sè non fora mai.
Ei sa che ’l grande Atride, e l’alto Achille,
Ed Annibàl al terren vostro amaro,
E di tutti il più chiaro
Un altro e di virtute, e di fortuna;
Com’a ciascun le sue stelle ordinaro;
Lasciai cader in vil’ amor d’ancille:
Ed a costui di mille
Donne elette eccellenti, n’elessi una
Qual non si vedrà mai sotto la luna,
Benchè Lucrezia ritornasse a Roma;
E sì dolce idioma
Le diedi, ed un cantar tanto soave,
Che pensier basso, o grave
Non potè mai durar dinanzi a lei.
Questi fur con costui gl’inganni miei.
Questo fu il fel, questi li sdegni, e l’ire,
Più dolci assai che di null’altra il tutto.
Di buon seme mal frutto
Mieto: e tal merito ha chi ’ngrato serve.
Sì l’avea sotto l’ali mie condutto,
Ch’a donne, e cavalier piacea ’l suo dire:
E sì alto salire
Il feci, che tra’ caldi ingegni ferve
Il suo nome, e de’ suoi detti conserve
Si fanno con diletto in alcun loco:
Ch’or saria forse un roco
Mormorador di corti, un’uom del vulgo:
I’ l’esalto, e divulgo
Per quel ch’elli ’mparò nella mia scola,
E da colei che fu nel mondo sola.
E per dir a l’estremo il gran servigio;
Da mill’atti inonesti l’ho ritratto,
Che mai per alcun patto
A lui piacer non potèo cosa vile;
Giovene schivo, e vergognoso in atto,
Ed in pensier, poi che fatt’era uom ligio
Di lei ch’alto vestigio
L’impresse al core, e fecel suo simìle.
Quanto ha del pellegrino, e del gentile,
Da lei tene, e da me, di cui si biasma.
Mai notturno fantasma
D’error non fu sì pien, com’ei ver noi:
Ch’è in grazia da poi
Che ne conobbe, a Dio, ed alla gente:
Di ciò il superbo si lamenta, e pente.
Ancor’ (e questo è quel che tutto avanza)
Da volar sopra ’l Ciel li avea dat’ali
Per le cose mortali,
Che son scala al Fattor, chi ben l’estima:
Che mirando ei ben fiso, quante, e quali
Eran virtuti in quella sua speranza,
D’una in altra sembianza
Potea levarsi all’alta cagion prima:
Ed ei l’ha detto alcuna volta in rima.
Or m’ha posto in oblio con quella Donna
Ch’i’ li die’ per colonna
Della sua frale vita. A questo un strido
Lagrimoso alzo; e grido;
Ben me la diè, ma tosto la ritolse.
Risponde, Io nò, ma chi per sè la volse.
Alfin ambo conversi al giusto seggio;
Io con tremanti; ei con voci alte, e crude;
Ciascun per sè conchiude,
Nobile Donna, tua sententia attendo.
Ella allor sorridendo;
Piacemi aver vostre questioni udite;
Ma più tempo bisogna a tanta lite.