Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLVII

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

Q

     Passano al Cielo, e turban la mia pace;
     Sì forte ti dispiace
     Che di questa miseria sia partita,
     E giunta a miglior vita;
     Che piacer ti devria; se tu m’amasti,
     Quanto in sembianti, e nel tuo dir mostrasti.
Rispondo; Io non piango altro che me stesso;
     Che son rimaso in tenebre e ’n martìre,
     Certo sempre del tuo al Ciel salire,
     Come di cosa ch’uom vede da presso.
     Come Dio, e Natura avrebben messo
     In un cor giovenil tanta virtute;
     Se l’eterna salute
     Non fosse destinata al tuo ben fare?
     O dell’anime rare,
     Ch’altamente vivesti qui tra noi,
     E che subito al Ciel volasti poi.
Ma io che debbo altro che pianger sempre
     Misero, e sol? che senza te son nulla;
     Ch’or foss’io spento al latte, ed alla culla,
     Per non provar dell’amorose tempre.
     Ed ella; A che pur piangi, e ti distempre?
     Quanto era meglio alzar da terra l’ali;
     E le cose mortali,
     E queste dolci tue fallaci ciance
     Librar con giusta lance,
     E seguir me, s’è ver che tanto m’ami;
     Cogliendo omai qualcun di questi rami!
I’ volea dimandar; rispond’io allora;
     Che voglion importar quelle due frondi?
     Ed ella: Tu medesmo ti rispondi,
     Tu la cui non penna tanto l’una onora.
     Palma è vittoria; ed io giovane ancora
     Vinsi il mondo, e me stessa; il lauro segna
     Trionfo, ond’io son degna;
     Mercè di quel Signor che mi die’ forza.

     Or tu, s’altri ti sforza,
     A lui ti volgi, a lui chiedi soccorso;
     Sì che siam seco al fine del tuo corso.
Son questi i capei biondi, e l’aureo nodo,
     Dico io, ch’ancor mi stringe; e quei begli occhi
     Che fur mio Sol? Non errar con li sciocchi,
     Nè parlar, dice, o creder a lor modo.
     Spirito ignudo sono, e ’n Ciel mi godo:
     Quel che tu cerchi, è terra già molt’anni:
     Ma per trarti d’affanni,
     M’è dato a parer tale; ed ancor quella
     Sarò più che mai bella,
     A te più cara sì selvaggia, e pia,
     Salvando inseme tua salute, e mia.
I’ piango; ed ella il volto
     Con le sue man m’asciuga; e poi sospira
     Dolcemente, e s’adira
     Con parole che i sassi romper ponno:
     E dopo questo si parte ella, e ’l sonno.

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