Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLVI

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

M

     Or m’è ’l pianger amaro più che morte,
     Non sperando mai ’l guardo onesto, e lieto,
     Alto sogetto alle mie basse rime.
Chiaro segno Amor pose alle mie rime
     Dentro a’ begli occhi: ed or l’ha posto in pianto
     Con dolor rimembrando il tempo lieto:
     Ond’io vo col pensier cangiando stile,
     E ripregando te, pallida Morte,
     Che mi sottragghi a sì penose notti.
Fuggito è ’l sonno alle mie crude notti,
     E ’l suono usato alle mie roche rime:
     Che non sanno trattar altro che morte:
     Così è ’l mio cantar converso in pianto.
     Non ha ’l regno d’Amor sì vario stile;
     Ch’è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.
Nessun visse già mai più di me lieto:
     Nessun vive più tristo e giorni, e notti;
     E doppiando ’l dolor, doppia lo stile,
     Che trae del cor sì lagrimose rime.
     Vissi di speme, or vivo pur di pianto
     Nè contra Morte spero altro che Morte.
Morte m’à morto; e sola può far Morte
     Ch’i’ torni a riveder quel viso lieto
     Che piacer mi facea i sospiri, e ’l pianto,
     L’aura dolce, e la pioggia alle mie notti;
     Quando i penseri eletti tessea in rime,
     Amor’ alzando il mio debile stile.
Or’ avess’io un sì pietoso stile,
     Che Laura mia potesse torre a Morte,
     Com’Euridice Orfeo sua senza rime:
     Ch’i’ viverei ancor più che mai lieto.
     S’esser non può; qualcuna d’este notti
     Chiuda omai queste due fonti di pianto.
Amor’, i’ ho molti e molt’anni pianto
     Mio grave danno in doloroso stile;
     Nè da te spero mai men fere notti:

     E però mi son mosso a pregar Morte,
     Che mi tolla di qui, per farmi lieto;
     Ov’è colei ch’i’ canto, e piango in rime.
Se sì alto pon gir mie stanche rime,
     Ch’agiungan lei ch’è fuor d’ira, e di pianto,
     E fa ’l Ciel or di sue bellezze lieto;
     Ben riconoscerà ’l mutato stile;
     Che già forse le piacque anzi che Morte
     Chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.
O voi che sospirate a miglior notti;
     Ch’ascoltate d’Amore, o dite in rime;
     Pregate non mi sia più sorda Morte,
     Porto delle miserie, e fin del pianto:
     Muti una volta quel suo antiquo stile,
     Ch’ogni uom’ attrista, e me può far sì lieto.
Far mi può lieto in una o ’n poche notti:
     E ’n aspro stile e ’n angosciose rime
     Prego che ’l pianto mio finisca Morte.

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