Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLV
S
Quel caro nutrimento in che di morso
Diè chi ’l mondo fa nudo, e ’l mio cor mesto;
Il dolce acerbo, e ’l bel piacer molesto
Mi si fa d’ora in ora, onde ’l cammino
Sì breve non fornir spero, e pavento
Nebbia o polvere al vento,
Fuggo per più non esser pellegrino:
E così vada; s’è pur mio destino.
Ma questa mortal vita a ma non piacque
(Sassel’ Amor, con cui spesso ne parlo)
Se non per lei che fu ’l suo lume, e ’l mio.
Poi che ’n terra morendo, al Ciel rinacque
Quello spirto ond’io vissi; a seguitarlo,
Licito fosse, è ’l mio sommo desio.
Ma da dolermi ho ben sempre, perch’io
Fui mal’ accorto a provveder mio stato;
Ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio
Per darmi altro consiglio:
Che tal morì già tristo, e sconsolato
Cui poco innanzi era ’l morir beato.
Negli occhi ov’abitar solea ’l mio core,
Fin che mia dura sorte invidia n’ebbe,
Che di sì ricco albergo il pose in bando;
Di sua man propria avea descritto Amore
Con lettre di pietà quel ch’avverrebbe
Tosto del mio sì lungo ir desiando.
Bello, e dolce morire era allor quando
Morend’io, non moria mia vita insieme;
Anzi vivea di me l’optima parte.
Or mie speranza sparte
Ha Morte; e poca terra il mio ben preme;
E vivo, e mai nol penso ch’i’ non treme.
Se stato fosse il mio poco intelletto
Meco al bisogno; e non altra vaghezza
L’avesse desviando altrove volto;
Nella fronte a Madonna avrei ben letto:
Al fin se giunto d’ogni tua dolcezza,
Ed al principio del tuo amaro molto.
Questo intendendo, dolcemente sciolto
In sua presenza del mortal mio velo,
E di questa nojosa, e grave carne,
Potea inanzi lei andarne
A veder preparar sua sedia in Cielo:
Or l’andrò dietro omai con altro pelo.
Canzon, s’uom trovi in suo amor viver queto,
Dì, Muor mentre se lieto:
Che Morte al tempo è non duol, ma refugio:
E chi ben può morir, non cerchi indugio.