Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLIV
T
(Ch’era dell’anno, e di mia etate Aprile)
A coglier fiori in quei prati d’intorno,
Sperando a li occhi suoi piacer sì addorno.
Muri eran d’alabastro, e ’l tetto d’oro,
D’avorio uscio, e finestre di zaffiro;
Onde ’l primo sospiro
Mi giunse al cor’, e giugnerà l’estremo:
Inde i messi d’Amor’ armati usciro
Di saette, e di foco: ond’io di loro
Coronati d’alloro,
Pur com’or fusse, ripensando tremo.
D’un bel diamante quadro, e mai non scemo
Vi si vedea nel mezzo un seggio altero;
Ove, sola, sedea, la bella Donna.
Dinanzi, una colonna
Cristallina, ed iv’entro ogni pensiero
Scritto; e for tralucea sì chiaramente,
Chi mi fea lieto, e sospirar sovente.
Alle pungenti, ardenti, e lucid’arme;
Alla vittoriosa insegna verde;
Contr’ cu’ in campo perde
Giove, ed Apollo, e Polifemo, e Marte:
Ov’è ’l pianto ognor fresco, e si rinverde,
Giunto mi vidi: e non possendo aitarme,
Preso lasciai menarme
Ond’or non so d’uscir la via, nè l’arte.
Ma siccom’ uom talor che piange, e parte
Vede cosa che li occhi, e ’l cor’ alletta,
Così colei per ch’io son in prigione,
Standosi ad un balcone,
Che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta,
Cominciai a mirar con tal desio,
Che me stesso e ’l mio mal posi in obblio.
I’ era in terra, e ’l cor in paradiso,
Dolcemente obbliando ogni altra cura:
E mia viva figura
Far sentia un marmo, e ’mpièr di meraviglia;
Quando una donna assai pronta, e sicura,
Di tempo antica, e giovane del viso,
Vedendomi sì fiso
A l’atto della fronte, e delle ciglia,
Meco, mi disse, meco ti consiglia:
Ch’i’ son d’altro poder che tu non credi;
E so far lieti, e tristi in un momento
Più leggiera che ’l vento;
E reggo, e volvo quando al mondo vedi.
Tien’ pur li occhi, com’aquila in quel Sole;
Parte dà orecchi a queste mie parole.
Il dì che costei nacque, eran le stelle
Che producon fra voi felici effetti,
In luoghi alti, ed eletti,
L’una ver’ l’altra con amor converse:
Venere, e ’l Padre con benigni aspetti
Tenean le parti signorili, e belle;
E le luci empie, e felle
Quasi in tutto del ciel eran disperse.
Il sol mai sì bel giorno non aperse:
L’aere, e la terra s’allegrava; e l’acque
Per lo mar avean pace, e per li fiumi.
Fra tanti amici lumi
Una nube lontana mi dispiacque;
La qual temo che ’n pianto si risolve,
Se pietate altramente il ciel non volve.
Com’ella venne in questo viver basso;
Ch’a dir il ver, non fu degno d’averla;
Cosa nova a vederla,
Già santissima, e dolce, ancor’ acerba;
Parea chiusa in or fin candida perla:
Ed or carpone, or con tremante passo
Legno, acqua, terra, o sasso
Verde facea, chiara, soave; e l’erba
Con le palme, e coi piè fresca, e superba;
E fiorir co’ begli occhi le campagne;
Ed acquetar i venti, e le tempeste
Con voci anchor non preste
Di lingua che dal latte si scompagne;
Chiaro mostrando al mondo sordo, e cieco,
Quanto lume del ciel fusse già seco.
Poi che crescendo in tempo, ed in virtute
Giunse a la terza sua fiorita etate;
Leggiadria, nè beltate
Tanta non vide il Sol, credo, giammai.
Gli occhi pien’ di letizia, e d’onestate;
E ’l parlar di dolcezza, e di salute.
Tutte lingue son mute
A dir di lei quel che tu sol ne sai.
Sì chiaro ha ’l volto di celesti rai,
Che vostra vista in lui non può fermarse;
E da quel suo bel carcere terreno
Di tal foco hai ’l cor pieno;
Ch’altro più dolcemente mai non arse.
Ma parmi che sua subita partita
Tosto ti fia cagion d’amara vita.
Detto questo, alla sua volubil rota
Si volse, in ch’ella fila il nostro stame,
Trista, e certa indovina de’ miei danni:
Che dopo non molt’anni
Quella perch’io ho di morir tal fame,
Canzon mia, spense Morte acerba, e rea,
Che più bel corpo occider non potea.