Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLII
S
Quella pianta felice
Subito svelse: onde mia vita è trista:
Che simil’ ombra mai non si racquista.
Chiara Fontana in quel medesmo bosco
Sorgea d’un sasso; ed acque fresche, e dolci
Spargea, soavemente mormorando:
Al bel seggio, riposto, ombroso, e fosco
Nè pastori appressavan, nè bifolci,
Ma Ninfe, e Muse a quel tenor cantando.
Ivi m’assisi; e quando
Più dolcezza prendea di tal concento,
E di tal vista, aprir vidi uno speco,
E portarsene seco
La fonte e ’l loco: ond’ancor doglia sento,
E sol della memoria mi sgomento.
Una strania Fenice, ambedue l’ale
Di porpora vestita, e ’l capo d’oro;
Vedendo per la selva, altera, e sola;
Veder forma celeste, ed immortale
Prima pensai, fin ch’a lo svelto Alloro
Giunse, ed al fonte che la terra invola.
Ogni cosa al fin vola:
Che mirando le frondi a terra sparse,
E ’l troncon rotto, e quel vivo umor secco;
Volse in se stessa il becco,
Quasi sdegnando; e ’n un punto disparse:
Onde ’l cor di pietate, e d’amor m’arse.
Alfin vid’io per entro i fiori, e l’erba,
Pensosa ir sì leggiadra, e bella Donna;
Che mai nol penso ch’i’ non arda, e treme;
Umile in sè, ma ’ncontr’ Amor superba:
Ed avea indosso sì candida gonna,
Sì testa, ch’oro, e neve parea inseme:
Ma le parti supreme
Eran avolte d’una nebbia oscura:
Punta poi nel tallon d’un picciol angue,
Come fior colto langue,
Lieta si dipartio, non che secura.
Ahi, null’altro che pianto, al mondo dura.
Canzon, tu puoi ben dire;
Queste sei visioni al signor mio
Han fatto un dolce di morir desio.