Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLII

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

S

     Quella pianta felice
     Subito svelse: onde mia vita è trista:
     Che simil’ ombra mai non si racquista.
Chiara Fontana in quel medesmo bosco
     Sorgea d’un sasso; ed acque fresche, e dolci
     Spargea, soavemente mormorando:
     Al bel seggio, riposto, ombroso, e fosco
     Nè pastori appressavan, nè bifolci,
     Ma Ninfe, e Muse a quel tenor cantando.
     Ivi m’assisi; e quando
     Più dolcezza prendea di tal concento,
     E di tal vista, aprir vidi uno speco,
     E portarsene seco
     La fonte e ’l loco: ond’ancor doglia sento,
     E sol della memoria mi sgomento.
Una strania Fenice, ambedue l’ale
     Di porpora vestita, e ’l capo d’oro;
     Vedendo per la selva, altera, e sola;
     Veder forma celeste, ed immortale
     Prima pensai, fin ch’a lo svelto Alloro
     Giunse, ed al fonte che la terra invola.
     Ogni cosa al fin vola:
     Che mirando le frondi a terra sparse,
     E ’l troncon rotto, e quel vivo umor secco;
     Volse in se stessa il becco,
     Quasi sdegnando; e ’n un punto disparse:
     Onde ’l cor di pietate, e d’amor m’arse.
Alfin vid’io per entro i fiori, e l’erba,
     Pensosa ir sì leggiadra, e bella Donna;
     Che mai nol penso ch’i’ non arda, e treme;
     Umile in sè, ma ’ncontr’ Amor superba:
     Ed avea indosso sì candida gonna,
     Sì testa, ch’oro, e neve parea inseme:
     Ma le parti supreme
     Eran avolte d’una nebbia oscura:
     Punta poi nel tallon d’un picciol angue,

     Come fior colto langue,
     Lieta si dipartio, non che secura.
     Ahi, null’altro che pianto, al mondo dura.
Canzon, tu puoi ben dire;
     Queste sei visioni al signor mio
     Han fatto un dolce di morir desio.

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