Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XIX

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

G

Nè mai stato gioioso
     Amor’, o la volubile Fortuna
     Dieder’ à chi più fur nel mondo amici;
     Ch’i’ nol cangiassi ad una
     Rivolta d’occhi: ond’ogni mio riposo
     Vien, com’ogni arbor vien da sue radici.
     Vaghe faville, angeliche, beatrici
     Della mia vita, ove ’l piacer s’accende
     Che dolcemente mi consuma, e strugge;
     Come sparisce, e fugge
     Ogni altro lume dove ’l vostro splende,
     Così dello mio core,
     Quando tanta dolcezza in lui discende,
     Ogni altra cosa, ogni penser va fore;
     E sol’ ivi con voi rimansi Amore.
Quanta dolcezza unquanco
     Fu in cor d’aventurosi amanti; accolta
     Tutta in un loco, a quel ch’i’ sento, è nulla;
     Quando voi alcuna volta
     Soavemente tra ’l bel nero, e ’l bianco
     Volgete il lume in cui Amor si trastulla:
     E credo, dalle fasce, e dalla culla
     Al mio imperfetto, alla fortuna avversa
     Questo rimedio provvedesse il cielo.
     Torto mi face il velo,
     E la man, che sì spesso s’attraversa
     Fra ’l mio sommo diletto,
     E gli occhi; onde dì, e notte si rinversa
     Il gran desio, per isfogar il petto,
     Che forma tien dal variato aspetto.
Perch’io veggio (e mi spiace)
     Che natural mia dote a me non vale,
     Nè mi fa degno d’un sì caro sguardo;
     Sforzomi d’esser tale,
     Qual’all’alta speranza si conface,
     Ed al foco gentil’ ond’io tutto ardo.

     S’al ben veloce, ed al contrario tardo,
     Dispregiator di quanto ’l mondo brama,
     Per sollicito studio posso farme:
     Porrebbe forse aitarme
     Nel benigno giudicio una tal fama.
     Certo il fin de’ miei pianti;
     Che non altronde il cor doglioso chiama;
     Vien da’ begli occhi alfin dolce tremanti,
     Ultima speme de’ cortesi amanti.
Canzon, l’una sorella è poco innanzi;
     E l’altra sento in quel medesmo albergo
     Apparechiarsi: ond’io più carta vergo.

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