Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XI
S
Sì, che la neghittosa esca del fango.
I’; che dì e notte del suo strazio piango;
Di mia speranza ho in te la maggior parte:
Che se ’l popol di Marte
Devesse al proprio onor’ alzar mai gli occhi;
Parmi pur ch’a’ tuoi dì la grazia tocchi.
L’antiche mura ch’ancor teme ed ama,
E trema ’l mondo, quando si rimembra
Del tempo andato, e ’ndietro si rivolve;
E i sassi dove fur chiuse le membra
Di tai che non saranno senza fama
Se l’universo pria non si dissolve;
E tutto quel ch’una ruina involve,
Per te spera saldar ogni suo vizio.
O grandi Scipioni, o fedel Bruto,
Quanto v’aggrada, s’egli è ancor venuto
Romor laggiù del ben locato offizio!
Come cre’, che Fabbrizio
Si faccia lieto, udendo la novella!
E’ dice, Roma mia sarà ancor bella.
E se cosa di qua nel ciel si cura;
L’anime che lassù son cittadine,
Ed hanno i corpi abbandonati in terra;
Del lungo odio civil ti pregan fine,
Per cui la gente ben non s’assicura;
Onde ’l cammin’ a’ lor tetti si serra;
Che fur già sì devoti, ed ora in guerra
Quasi spelunca di ladron’ son fatti,
Tal, ch’a’ buon’ solamente uscio si chiude;
E tra gli altari, e tra le statue ignude
Ogn’impresa crudel par che si tratti,
Deh quanto diversi atti!
Nè senza squille s’incomincia assalto,
Che per Dio ringraziar fur poste in alto.
Le donne lagrimose, e ’l vulgo inerme
Della tenera etate, e i vecchi stanchi;
C’hanno sè in odio, e la soverchia vita;
E i neri fraticelli, e i bigi, e i bianchi
Con l’altre schiere travagliate, e’ inferme,
Gridan’, O signor nostro, aita, aita.
E la povera gente sbigottita
Ti scopre le sue piaghe a mille a mille;
Ch’Annibale, non ch’altri, farian pio:
E se ben guardi alla magion di Dio
Ch’arde oggi tutta; assai poche faville
Spegnendo, fien tranquille
Le voglie, che si mostran sì ’nfiammate:
Onde fien l’opre tue nel ciel laudate.
Orsi, lupi, leoni, aquile, e serpi
Aduna gran marmorea Colonna
Fanno noja sovente, e a sè danno:
Di costor piagne quella gentil donna
Che t’ha chiamato, acciò che di lei sterpi
Le male piante, che fiorir non sanno.
Passato è già più che ’l millesim’anno
Che ’n lei mancar quell’anime leggiadre
Che locata l’avean là dov’ell’era.
Ahi nova gente oltra misura altera,
Irreverente a tanta, ed a tal madre!
Tu marito, tu padre;
Ogni soccorso di tua man s’attende:
Che ’l maggior padre ad altr’opera intende.
Rade volte adivien ch’all’alte imprese
Fortuna ingiuriosa non contrasti;
Ch’agli animosi fatti mal s’accorda.
Ora sgombrando ’l passo onde tu intrasti,
Fammisi perdonar molt’altre offese,
Ch’almen qui da sè stessa si discorda:
Però che quanto ’l mondo si ricorda,
Ad uom mortal non fu aperta la via
Per farsi, come a te, di fama eterno:
Che puoi drizzar, s’i’ non falso discerno,
In stato la più nobil monarchia.
Quanta gloria ti fia
Dir; Gli altri l’aitar giovene, e forte;
Questi in vecchiezza la scampò da morte!
Sopra ’l monte Tarpeo, Canzon, vedrai
Un cavalier, ch’Italia tutta onora;
Pensoso più d’altrui, che di sè stesso.
Digli: Un che non ti vide ancor da presso,
Se non come per fama uom s’innamora;
Dice che Roma ogni ora
Con gli occhi di dolor bagnati, e molli
Ti chier mercè da tutti sette i colli.