Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone V

by Francesco Petrarca (1304–1374) Italian

O

     Ed a cui mai di vero pregio calse,
     Dal Pireneo all’ultimo orizzonte,
     Con Aragon lasserà vota Ispagna:
     Inghilterra, con l’isole che bagna
     L’Occeano intra ’l Carro, e le Colonne,
     Infin là dove sona
     Dottrina del santissimo Elicona,
     Varie di lingue, e d’arme, e delle gonne
     All’alta impresa caritate sprona.
     Deh qual’amor sì licito, o sì degno,
     Qua’ figli mai, quai donne
     Furon materia a sì giusto disdegno?
Una parte del mondo è che si giace
     Mai sempre in ghiaccio, ed in gelate nevi
     Tutta lontana dal cammin del Sole:
     Là, sotto i giorni nubilosi, e brevi,
     Nemica naturalmente di pace
     Nasce una gente, a cui il morir non dole.
     Questa se più devota che non sole,
     Col Tedesco furor la spada cigne;
     Turchi, Arabi, e Caldei,
     Con tutti quei che speran negli dei
     Di quà dal mar che fa l’onde sanguigne,
     Quanto sian da prezzar, conoscer dei:
     Popolo ignudo, paventoso e lento;
     Che ferro mai non strigne,
     Ma tutti colpi suoi commette al vento.
Dunque ora è ’l tempo da ritrarre il collo
     Dal giogo antico, e da squarciar il velo
     Ch’è stato avvolto intorno agli occhi nostri;
     E che ’l nobile ingegno che dal cielo
     Per grazia tien’ dell’immortale Apollo,
     E l’eloquenzia sua vertù qui mostri
     Or con la lingua, or con laudati inchiostri:
     Perchè d’Orfeo leggendo, e d’Anfione,
     Se non ti maravigli;

     Assai men fia ch’Italia co’ suoi figli
     Si desti al suon del tuo chiaro sermone
     Tanto che per GESÙ la lancia pigli:
     Che, s’al ver mira questa anticha madre,
     In nulla sua tenzone
     Fur mai cagion’ sì belle o sì leggiadre.
Tu, c’hai, per arricchir d’un bel tesauro,
     Volte l’antiche, e le moderne carte,
     Volando al ciel con la terrena soma,
     Sai dall’imperio del figliuol di Marte
     Al grande Augusto; che di verde lauro
     Tre volte trionfando ornò la chioma;
     Nell’altrui ingiurie del suo sangue Roma
     Spesse fiate quanto fu cortese:
     Ed or perchè non fia
     Cortese no, ma conoscente, e pia
     A vendicar le dispietate offese
     Col figliuol glorioso di Maria?
     Che dunque la nemica parte spera
     Nell’umane difese
     Se CRISTO sta dalla contraria schiera?
Pon’ mente al temerario ardir di Serse;
     Che fece per calcar i nostri liti
     Di novi ponti oltraggio alla marina:
     E vedrai nella morte de’ mariti
     Tutte vestite a brun le donne Perse,
     E tinto in rosso il mar di Salamina;
     E non pur questa misera ruina
     Del popolo infelice d’Oriente
     Vittoria ten’ promette;
     Ma Maratona, e le mortali strette
     Che difese il Leon con poca gente;
     Ed altre mille, c’hai scoltate, e lette.
     Perchè inchinar a Dio molto convene
     Le ginocchia, e la mente;
     Che gli anni tuoi riserva a tanto bene.

Tu vedra’ Italia, e l’onorata riva,
     Canzon, ch’agli occhi miei cela, e contende
     Non mar, non poggio, o fiume;
     Ma solo Amor; che del suo altero lume
     Più m’invaghisce dove più m’incende:
     Nè natura può star contr’al costume.
     Or movi, non smarrir l’altre compagne:
     Che non pur sotto bende
     Alberga Amor; per cui si ride, e piagne.

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