L'alcione

by Giacomo Zanella Italian

Al nocchier dell’Argolide che il fine
D’ingrati ozî saluta e si dispone
Correre i porti dell’egee marine,

Dolce la melanconica canzone
Sciogli, o vago augellin, che lungo i lidi,
Già serenati, alla miglior stagione

Sui muschi e le natanti alighe i nidi
Pensili intessi e li accomandi ai mari
Che tante volte hai pur trovati infidi.

Anche appiè del Vesuvio i casolari
Atterrati ricerca e pon le mura
Forse sulle ossa di sepolti cari,

Il villanel che più gagliarda cura
Avvvince al suol che nascere lo vide
E più sacro gli ha fatto or la sventura.

Piano, come cristallo, il mar sorride;
E tu sovresso il nido e della spuma
Poco curando che il tuo dorso intride,

Con occhio immoto e con immota piuma
Osservi il pesciolin che l’esil testa
Riscalda al sol che il pelaghetto alluma.

Mite Alcïòne! Te solinga e mesta
Di scogli abitatrice i naviganti
Dissero un giorno: e te della tempesta

Chiamâr foriera di Parnaso i canti
Che del nembo ti dier mente divina,
Vedovil gonna e di un mortale i pianti.

Perocchè della florida Trachìna
Presso il maliaco seno e la pendice
Öetea ti cantavano regina

Di porpore e d’immenso oro felice;
Ma che nullo tesor ti fu più caro
Che gli occhi vagheggiar del tuo Ceice.

Ben le ginocchia un dì ti vacillaro,
E tramortita reclinasti il collo,
Quando il tuo sposo navigando a Claro

Per consultar gli oracoli di Apollo,
Al tuo cor si togliea che anco non era
De’ primi baci d’imeneo satollo.

Sciro aveva trascorso; e già si annera
Il ciel tutto e fracassa arbori e prora
Di traverso ruggendo la bufera.

Ceice colla gente il mar divora,
Ceice che con labbra moribonde
Alcïòne, Alcïòn chiamava ancora.

Son deserte le sale un dì gioconde
D’inni e di danze. De’ suoi fati ignara,
Pur accorata Alcïone le bionde

Chiome discioglie e di Giunone all’ara
D’inesaudita lagrima cospersi
Doni tributa; e di sua man prepara

Bello di seta e di color diversi
Per le membra dilette un manto adorno,
Per le membra che a’ mostri esca già fersi.

Già due fïate rinnovato il corno
Avea la luna, e la dolente a Giuno
Chiedea con raddoppiata ansia il ritorno

Di Ceice che intanto lungo il bruno
Di Lete fiumicel colà movea
Onde si nega che ritorni alcuno.

Allor dello stellato etra la Dea
Commiserando i lai della donzella
Che pianti e preghi inutili spargea,

A sè l’alidorata Iride appella
E, Vanne, dice, alla magione ombrosa
Vanne del Sonno, o mia fidata ancella;

E dilli che l’immagine dogliosa
Appresenti del naufrago consorte
A quella abbandonata e non più sposa.

Iride entrò le tenebrose porte.
Al repente fulgor ch’empie la grotta,
De’ lievi Sogni fluttua la coorte,

Che riversati, svolazzando in frotta
Senz’altra voce che il fruscìo dell’ali,
Fuggon tremando ove ancor l’antro annotta.

Co’ papaveri al crin, sovra guanciali
Oscuri più dell’ebano sbadiglia
Il domator de’ numi e de’ mortali,

Che sollevando le gravose ciglia
E sovra il sen ricadendo col mento,
Tende l'orecchio alla taumanzia figlia.

Tu dormivi, Alcïòn; ma tratto a stento
Il tuo respir gemea; dall’egro aspetto
Traluceva dell’anima il tormento.

Ed ecco appiè del doloroso letto,
Squallido, ignudo, ma col suo sembiante
Starsi, orribile immago, il tuo diletto.

Di verde acqua la barba avea stillante,
Stillante il crine: il labbro illividito;
Tumida l'epa e tumide le piante.

Or che dirò come correndo al lito
E sovra l'onde galleggiar la spoglia
Mirando dell’esanime marito,

Ella cieca d’amor, cieca di doglia
Si perigliava in mar? Come la Diva
Cui di fiori solea cinger la soglia,

L’agil omero di ali le vestiva
E le donava l'amorosa nota
Che fa de’ mari risentir la riva?

È pur dolce all’argolico pilota
Che fra l’isole egee drizza le vele,
Quando sull’alba è la marina immota,

Salutar le costiere, a cui fedele
L’aura dell’Ellesponto ancor ripete
L’ardente inno di Saffo e le querele.

Dolce è pur torsi ad un’età che sete
Sol ha di lucro e fredda intende al vero;
E seguir l’ombre dilettose e liete

Che a’ spenti lumi sorridean di Omero.

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