A Claudia Omonea
Moglie di Atimeto liberto di Tiberio Cesare.
Tu che senza pensier che ti tormenti,
Passo passo ten vai, di breve posa
Siimi cortese e leggi i pochi accenti.
OMONEA.
Quell’io, chiara una volta e glorïosa
Fra le donzelle italiche, Omonea,
In questa umile tomba or giaccio ascosa.
Gentilezza le Grazie, e Citerea
M’avea data beltà; Pallade austera
Adorna di sue sante arti m’avea.
Nè venti volte ancor la primavera
Per me fiorìa, che fato invidïoso
Mi travolgeva nell’eterna sera.
Nè mi lagno per me: più doloroso
Del mio stesso morir m’è di Atimeto
L’alto dolor, di quel mio dolce sposo.
ATIMETO.
Se le sorti cangiar fatal divieto
Non impedisse, e colla propria morte
Altri far salvo si potesse, io lieto
Questo avanzo di tempo che la sorte
Anco mi deve, per serbarti in vita
Gittato avrei, dolcissima consorte.
Ora, poichè m’è tolta ogni altra uscita,
Fuggendo le vitali aure e gli Dei,
Te laggiù seguirò per via spedita.
OMONEA.
Oh, non voler col lungo pianto i bei
Strugger, mio caro, tuoi giorni fiorenti,
Nè la pace turbar de’ sonni miei.
Son le lagrime invan, né per lamenti
Fassi mite il destin. Fummo: già questi,
Questi i termini son fissi a’ viventi.
Cessa, amor mio. Così non ti funesti
Mai più pari sciagura, e sian gradite
Le tue segrete suppliche a’ celesti.
E tuoi siano que’ dì che morte immite
Al mio stame vital volle recisi;
Vivi a lungo per me: vivi due vite.
ATIMETO.
D’amaranti, mia donna, e di narcisi
L’urna ognor ti fiorisca. Ah, non dovevi
Ratta così discendere agli elisi,
Se di tante virtù bella splendevi.
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