Pulce sulle poppe di bella donna
Picciola instabil macchia, ecco, vivente
in sen d'argento alimentare e grato;
e posa ove il sol fisso è geminato
brieve un'ombra palpabile' e pungente.
Lieve d'ebeno star fera mordente
fra nevosi sentier veggio in aguato,
e un antipodo nero abbreviato
d'un picciol mondo, e quasi niente un ente.
Pulce, volatil neo d'almo candore,
che indivisibil corpo hai per ischermo,
fatto etïopo un atomo d'amore;
tu sei, di questo cor basso ed infermo
per far prolisso il duol, lungo il languore,
de' periodi miei punto non fermo.
Source: Wikisource
Sulla poesia
Giuseppe Artale (1628–1679) fu un poeta siciliano del Seicento, seguace di Giambattista Marino. Questo sonetto è un esempio tipico del gusto barocco per i soggetti bizzarri.
Il poeta osserva una pulce sul seno candido di una donna e la trasforma in una serie di metafore ingegnose: una «picciola instabil macchia», una «fera mordente» d’ebano tra «nevosi sentier», un «neo volatile», un «atomo d’amore». Il contrasto tra il nero dell’insetto e il bianco della pelle e l’ultima metafora grammaticale (la pulce come «punto non fermo» dei suoi periodi) mostrano l’arguzia del concettismo.