Il verme conquistatore
È una sera di gala, ecco, fra tanto
squallor di questi nostri anni di duolo;
ed uno stuolo d’angeli, uno stuolo
alato, inghirlandato, immerso in pianto,
siede raccolto in un teatro e mira
(mentre un’orchestra ad ora ad or sospira)
la musica lontana delle sfere.
Mimi fatti ad immagine di Dio,
vocian fra loro o mormorano chiocci,
ed errano qua e là, meri fantocci,
in faticoso eterno tramestio
al vedere degli esseri spettrali
che muovon gli scenari ed i teloni,
e lasciano cader dalle grand’ali
le tenebrose maledizïoni.
Oh, il tristissimo dramma! Per assai
tempo ci sarà davvero ricordato,
col suo fantasma ognor perseguitato
da un’orda che nol può cogliere mai
in un giro che volge sempre uguale
e sempre al punto stesso si richiama;
e coll’error, colle follie, col male
che ne formano l’anima e la trama.
Ma tra il gruppo dei mimi, ecco, repente,
insinuarsi con spire orride d’angue
una viscida forma color sangue,
che s’annoda e si snoda orridamente.
Sovra la scena, i mimi sua conquista
divengono e sua preda a mano a mano,
e singhiozzano gli angeli alla vista
del mostro che maciulla sangue umano.
Tutto s’abbuia. Tutto e nulla resta,
e, sovra la catastrofe, il sipario
come un lùgubre drappo mortuario
precipita con rombo di tempesta.
Ed ecco, surto in piè, lo stuolo alato
— pallido in volto di glacial pallore —
proclamare che il dramma è intitolato:
«Uomo» e l’eroe: «Il verme vincitore».
(1843)