La Cicceide legittima – II, XXXVII

by Giovanni Francesco Lazzarelli Italian

E

     La sua passion,
     Voce improvisa
     Da lunge sentesi,
     Che basso mormora C.... C....
Ei però, che null’altro
     Sentia furor, che la doglia, ond’era oppresso,
     Sol pensando a se stesso
     Proseguì, benche per poco,
     L’incominciate
     Prime proteste,
     Figlie modeste
     Di nobil foco;
     Ma poi parendoli,
     Che le bravate
     Fosser per essere
     Più adequate
     A farla muovere
     Tutto rannuvolato in questa guisa
     Diè materia col canto a nuove risa,
     Pò fare Iddio!
     Chi mai sentì,
     Ch’una vil femina
     Di bassa nascita
     Sprezzi così
     Un uomo carico
     Di tanto merito,
     Qual mi son’io!
     Pò far Iddio!
Ma senti, empia, ma senti, e pensa poi
     Col tuo poco giudizio a’ casi tuoi.
     O tu, lasciato
     Lo stile usato
     Del tuo rigor
     fammi felice;
     O ch’io portato

     Dal mio furor
     Con mano ultrice
     Vi veggo a svellere
     Dal petto il cor:
Perocché ben lice
     Vim vi ripellere
     Per quel, che dice
     Ogni Dottor.
Mentre in tal forma
     Ei nuovamente
     Sfoga dolente
     La sua passion,
     Quella medesima
     Voce risentesi,
     Ch’alzato il tuon,
     Con maggior enfasi
     Gridando replica C.... C....
Or egli all’ora,
     Che si sentì
     Alto così
     Chiamar a nome,
     Io non so come,
     Restando muto
     S’istupidì;
Poi conosciuto,
     Che quelle voci
     fin ora incerte
     Eran proferte
     Dalla ragion,
     Concordemente
     A guisa d’Eco
     Replicò seco
     L’udito suon
     Gridando anch’esso
     Nel tuono stesso C.... C ....

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