La Cicceide legittima – II, XXXVII
E
La sua passion,
Voce improvisa
Da lunge sentesi,
Che basso mormora C.... C....
Ei però, che null’altro
Sentia furor, che la doglia, ond’era oppresso,
Sol pensando a se stesso
Proseguì, benche per poco,
L’incominciate
Prime proteste,
Figlie modeste
Di nobil foco;
Ma poi parendoli,
Che le bravate
Fosser per essere
Più adequate
A farla muovere
Tutto rannuvolato in questa guisa
Diè materia col canto a nuove risa,
Pò fare Iddio!
Chi mai sentì,
Ch’una vil femina
Di bassa nascita
Sprezzi così
Un uomo carico
Di tanto merito,
Qual mi son’io!
Pò far Iddio!
Ma senti, empia, ma senti, e pensa poi
Col tuo poco giudizio a’ casi tuoi.
O tu, lasciato
Lo stile usato
Del tuo rigor
fammi felice;
O ch’io portato
Dal mio furor
Con mano ultrice
Vi veggo a svellere
Dal petto il cor:
Perocché ben lice
Vim vi ripellere
Per quel, che dice
Ogni Dottor.
Mentre in tal forma
Ei nuovamente
Sfoga dolente
La sua passion,
Quella medesima
Voce risentesi,
Ch’alzato il tuon,
Con maggior enfasi
Gridando replica C.... C....
Or egli all’ora,
Che si sentì
Alto così
Chiamar a nome,
Io non so come,
Restando muto
S’istupidì;
Poi conosciuto,
Che quelle voci
fin ora incerte
Eran proferte
Dalla ragion,
Concordemente
A guisa d’Eco
Replicò seco
L’udito suon
Gridando anch’esso
Nel tuono stesso C.... C ....
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