La Cicceide legittima – II, LVII

by Giovanni Francesco Lazzarelli Italian

P

          Aprite, Canaglia,
          Uscite Poltrone,
          Ch’offeso Campione
          Vi sfido a battaglia.
          Olà, genti codarde a chi dich’io?
          Così si tratta un Cavalier par mio?
     Giuro A .... Giuro A ....
     Ma chi sia di lor tre che primo estingua
     Col sangue suo la sete
     De la mia rabbia insana,
     La Meretrice, il Drudo, o la Ruffiana?
     Antonia, ah contro te, che sola sei
     La principal cagione, onde io mi doglio
     Contro te sola io voglio
     L’ira in primo sfogar de’ colpi miei.
     Ingrata e così presto
     T’uscir dalla memoria
     Quelle calzette gialle,
     Quel Veletto da spalle,
     E (per tacer del resto)
     Quell’usato guarnel, che ti donai?
     Perfida, or pagherai
     Con estremo cordoglio
     Delle tue colpe a questo ferro il fio.
Folle, ma che dich’io?
     Nò, con te non la voglio,
     Antonia, Idolo mio:
     Venga, venga il ladrone,
     II Traditore, il fello;
     Esca meco a duello
     Colui che ti rapì.
     L’empio che tanto ardì,
     Esca, e svenato cada
     vittima del mio sdegno in su la strada."

Ma chi benchè coperto il tergo, e’l petto
     Di maglia, o corsaletto
     Resisterebbe al saettar di quelle
     Ciglia crudeli, e belle
     De la mia dolce Antonia?
     E chi non mancherebbe
     Al dovere, al decoro,
     A l’Amico, alla fe
     Per quella faccia d’oro,
     Che fa col sol gilè?
          Se mirasse là dal Cielo
          Giove stesso un sì bel viso,
          Nauseando il P....
          Di nuovo cangeria sembianza, e pelo,
          E tornerebbe un altra volta, e due
          Per così bella Vacca a farsi un Bue.
     Ogni error, che si faccia
     Per una bella faccia,
     per un volto adorabile,
     Dice il nostro Guarin ch’egli è scusabile.
     Dunque amico innocente,
     Di te più non mi dolgo,
     Ma tutti omai rivolgo
     Contro la rea mezzana i sensi miei.
     O cinque volte o sei
     Maledetta Gabrina!
     Tu della mia ruina
     Scellerata spargesti
     Con mercenaria mano i semi ingiusti;
     Empia, e tu sola fusti
     La spada onde trafitto
     Riconosce il mio cor la morte sua,
     Nè la colpa fu lor, Vecchia, fu tua.
     Che s’alla paglia la fiamma s’appiglia
          Non ha colpa la fiamma, nè la paglia;
          Ma colpa è di colui, che ’l foco piglia,
          E in mezzo ad essa incenditor lo scaglia.
     Dunque lei sola il giusto ferro assaglia,
     E a vendicar s’affrette
     In lei che sola errò,
     L’assassinate mie scarse gazzette.
Ma così poco giro
     Avran le mie vendette?
     Dunque ad un segno solo
     Indrizzeranno il volo
     De l’ira mia le deboli saette?
     Oibò, vil core, oibò!
     Non si perdoni nò,
     Ma di sì reo delitto
     Paghi ciascun di lor la pena intera,
     E nel comun conflitto,
     Purch’il reo non si salvi, il giusto pera.
Così dicea, pentito
     Del promesso perdono,
     D. Ciccio inviperito,
     Quando con alto suono,
     Ch’assordò la contrada,
     Sfoderata la spada,
     Olà (gridò di nuovo) a chi dich’io?
     Così si tratta un Cavalier par mio?
Al rinchiuso Rival, ch’udia frattanto
     Con rincrescevol tedio
     Far sì lungo intermedio,
     E ripigliar le braverie da capo,
     Gonfiossi a segno il capo,
     Che per disciorre il mal sofferto assedio,
     Fattosi finalmente animo, e core
     Vestissi, aprì la porta, e balzò fuore.
Ma ciò, ch’allor seguisse
     Di contrasti, e di risse
     Di paci, e giuramenti,
     Acciò che fra le genti
     Nel futuro mattino
     Il notturno duel non si scoprisse,
     Il sentirete dal Signor Savino;
     Ei che come vicino
     Per lo silenzio della notte amica
     Udì tutto il successo, egli vel dica.
Ciascuno apprenda intanto
     Da la storia, ch’io canto,
     Di questi due ridicoli Rivali,
     Che quel Ciel, ch’è di sopra
     Vuol, che fra noi Mortali,
     Ciò che si fa la notte, il dì si scopra.

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