Ero a Leandro

by Publio Ovidio Nasone Italian

Eroide dello Stesso.

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Vuoi che l’egro mio spirto io rassereni,
Come il cortese tuo foglio m’invita?
Getta la penna, mio Leandro, e vieni.

A chi triste in desio mena la vita
Fassi un’ora mille anni. Io t’amo, io t’amo
E fieramente il tuo tardar m’irrita.

D’immenso foco parimenti ardiamo;
Ma se d’amore son le fiamme eguali,
Di tempra eguali e di vigor non siamo.

Noi che le membra abbiam tenere e frali
Noi fanciulle di cor siamo men forti.
Vieni, o vinta io soccombo a tanti mali.

Voi la caccia trastulla: in bei diporti
Alla quïete di campagna amena
I lunghi giorni a voi paiono corti.

Ora il fòro vi chiama; or nell’arena
Scendete unti alla lotta, o d’un corsiero
Affaticate la fumante schiena.

Or a pesci ed augelli il giorno intero
Sedete insidïando, e l’atra cura
A vespero tuffate entro il bicchiero.

Tali trastulli a noi vieta natura;
E che far ci riman, se non l’amore,
Chiuse nell’ombra di guardate mura?

E di te tutte quante occupo io l’ore;
Tu segreto mio studio e mio tesoro;
Nè dir può lingua quel che sente il core.

Or di te parlo colla balia, e ploro
Con lei sommessamente e le cagioni
Del tuo ritardo palpitando esploro;

Or riguardando il mar che gli aquiloni
Volgon sossopra, i tuoi lagni ripeto,
Imprecando de’ venti alle tenzoni;

O per poco che torni il mar quïeto,
Che la voglia ti manchi e non la possa
Io vo triste gemendo in mio segreto;

Gemo accorata, e la pupilla ho rossa
Di amaro pianto che con man tremante
Terge la vecchia al mio martír commossa.

Spesso un vestigio io vo delle tue piante
Per la sabbia cercando, e non rammento
Quanto è mobil la sabbia ed incostante.

E purchè di te parli, ogni momento
Io chieggo se sia giunto alcun d’Abido,
O per Abido dia le vele al vento.

E chi può dir quanti baci confido
Alle tue vesti che da me partendo,
Quando spunta il mattin, lasci sul lido?

Tutto il mio giorno in queste cure io spendo
Ma quando gli astri per la volta eterna
Scoprono il viso scintillante, accendo

Subitamente la fedel lucerna
Sull’altissima torre, onde il cammino
Tu nell’immensa oscurità discerna.

Indi traendo alla conocchia il lino
Io siedo e con femminëi sermoni
Inganno, come posso, il mio destino.

Chiedi di che per tante ore ragioni?
Di vestiti o di danze io non favello;
Tu sol sulle mie labbra ognor risuoni.

Pensi, io dico, nutrice, che all’ostello
Leandro si sia tolto? o che sian desti
Tutti? e del padre ei tema e del fratello?

Credi tu che dagli omeri le vesti
Ora deponga, e di salubre e schietto
Olio le belle membra unger si appresti?

Ella accenna che sì; non che l’affetto
Nostro l’agiti assai; ma ’l capo antico
Vacillante per sonno inchina al petto.

Fatto un breve silenzio, adesso, io dico,
Ei da riva si parte; in questo punto
Entra nell’acque l’animoso amico.

Nè filando un pennecchio anco ho consunto,
Che la nutrice interrogo: ti pare
Ch’ei possa a mezzo corso essere or giunto?

Ed ambo dal balcon guardiamo al mare,
E preghiamo con timido desio
Non ti sian l’aure di soccorso avare.

Ad ogni suon quella fedele ed io
Tendiam l’orecchio, e de’ tuoi passi il suono
Trepide udiamo in ogni mormorío.

Breve riposo alfine agli occhi io dono;
E languida sul sen della nutrice
Questa infiammata mia testa abbandono.

Sogno, e del vano mio sognar felice
Parmi vederti allor che le grondanti
Braccia mi avvolga intorno alla cervice.

Tu da me prendi gli odorosi ammanti
A coprirti; e mi dai baci e ricevi,
Com’è l’usanza de’ beati amanti.

Ahi, dolorosa! chè bugiarde e brevi
Son le gioie de’ sogni, e sugli albóri
Tu, come sciolta visïon, ti levi.

Quando fia che più l’onda i nostri amori
A divider non abbia, e mite Iddio
Stringa in nodo perenne i nostri cori?

Perchè soletta trapassar degg’io
Tante vedove notti? E tu che fai
Sull’altra riva, nuotator restio?

Oggi son l’onde paurose assai;
Eran ieri più basse; or perchè colta
Ieri la bella occasïon non hai?

Ben gittata l’hai tu, ma ti fu tolta
Ieri dal vento: invan sarà che aspetti
Più tranquilla marina un’altra volta.

Vieni; al mio fianco non avrai sospetti;
Noi le burrasche prenderemo a scherno,
L’uno al collo dell’altro avvinti e stretti.

Ridendo udremo il tempestoso verno
Tonar sui flutti: io ben sarei contenta
Se dell’onde il furor durasse eterno.

Ma donde avvien che tema ora tu senta
De’ nembi? perchè l’onda che sicura
Tante volte ti parve, or ti sgomenta?

Ben mi ricorda che crucciata e scura
La marina mugghiava al tuo venire;
Pure non valse a metterti paura.

Allor dicea: tu mi farai morire
Col soverchio ardimento. Or dove giace,
Di’, del valente nuotator l’ardire?

Ma che favello sconsigliata? Audace
Tanto mai più non essere, o mio bene;
Nè scendi in mar se pria nol vedi in pace.

Basta che non sian rotte le catene
Che i nostri cori allacciano, nè spento
Cada il foco che n’arde oggi le vene.

Il mar si muti, ed imperversi il vento,
Mutando lato; io non ho tema alcuna;
Ma che il tuo cor si muti, io mi sgomento.

Pavento ancora che la mia fortuna
Vil non ti sembri; e tu nato in Abido
Lei disprezzi che in Tracia ebbe la cuna.

Ma tutto io posso tollerar, se infido
Non ti ritrovi, nè novello amore
Il nostro antico amor cacci di nido.

Se non fosse più mio quel nobil core,
Onde mi venne sì profonda piaga,
Preverrei col morir cotanto orrore.

Nè favello così, perchè presaga
Sia la mente di danni, o dia credenza
A romori di fama incerta e vaga;

Ma di tutto io pavento; e fu mai senza
Paura vero amore? E di sospetto
M’empie pur sempre la tua lunga assenza.

O felice colei che nel cospetto
Vive ognor del suo vago e scerne il vero,
Nè sognato terror le agghiaccia il petto!

Verace torto o grido menzognero
Io discerner non so: vero o bugiardo
Ogni detto conturba il mio pensiero.

Vieni, vieni una volta; e del ritardo
Sian cagione i parenti o la procella,
Non d’altra donna lusinghevol guardo.

Vuoi tu ch’io muoia alla fatal novella?
Vedi, Leandro, ignobile delitto
La morte procurar d’una donzella.

Ma perdonami, o caro; il cor trafitto
Io vo pascendo di paure: intanto
È l’onda che si oppone al tuo tragitto.

Ahimè, come rimugge a’ lidi infranto
L’ampio Ellesponto! e van le nubi e tutto
Coprono il ciel di ferrugigno ammanto!

Forse in questa ora rinnovella il lutto
D’Elle l’antica genitrice e mesta
I suoi pianti confonde al conscio flutto?

Od Ino alla figliastra ancora infesta
Sul mar che ha nome da costei, discende
Tanta a destarvi orribile tempesta?

Fato nemico le donzelle attende
Ognora in questo mar, che l’innocente
Elle sommerse, ed or me crudo offende.

Ma tu, Nettuno, se ti rechi a mente
Le antiche fiamme, perchè sei scortese
A me che d’egual foco ho l’alma ardente?

S’è ver che col sorriso un dì ti prese
Amimone, e co’ begli occhi divini
Tiro d’immensa vampa il cor t’accese:

Ed Alcïon ne’ talami marini
E Calice accogliesti e di serpenti
Medusa non ancora avvinta i crini;

E Laodice che dorate a’ venti
Spandea le chiome e la gentil Celeno
Ascesa a fiammeggiar ne’ firmamenti;

Perchè, Nettuno, se cotante in seno
Fiamme accogliesti, sei con me sì fiero
Che d’amoroso incendio ardo non meno?

Pace, gran nume; col tridente altero
L’oceàno sconvolgi; in breve chiostra
Sdegna far pompa del regale impero.

Sorgi colà con tutti i venti in giostra;
Le navi aggira e co’ sonanti e vasti
Marosi le gran flotte abbatti e prostra.

Vergogna, che dell’acque il Dio contrasti
Ad inerme garzon; palma sì vile
D’un fiumicel si disdirebbe a’ fasti.

Vanta Leandro origine gentile;
Ma fra gli avi famosi ei non addita
L’Itaco astuto a’ tuoi nepoti ostile.

Pace, gran nume; ed ambo a un tempo aita;
Ei nuota; per la stessa onda tranquilla
Naviga coll’amante la mia vita.

La lampa al cui chiaror scrivo, scintilla
Lieta scoppiando, e d’avvenir felice
Porge giocondi augurî alla pupilla.

Ecco su’ fausti fochi la nutrice
Il vino infonde e, — Tre sarem domani, —
Un colmo nappo tracannando, dice.

Mio ben, fa’ che siam tre, fa’ che lontani
Mai più non siam: così t’arrida Amore,
E l’onda al nuoto Citerea ti spiani.

Perchè, perchè se t’ho rinchiuso in core,
Così di rado al tuo fianco mi assido?
Torna, torna a tue tende, o disertore.

Anch’io vorrei talor scender dal lido;
Poi m’arresta il pensier che alle donzelle
È questo mar più che a’ garzoni infido.

Frisso il varcava e l’incolpabil Elle;
Frisso fu salvo; e solo alla nemica
Onda diè nome l’incolpabil Elle.

Forse paventi che la lena antica
Al ritorno ti manchi e non risponda
Dell’iterato nuoto alla fatica?

Io lasciando la mia, tu la tua sponda
Corriamo ad incontrarne a mezza strada,
E baciamoci in volto a fior dell’onda;

Poscia ciascuno alla natia contrada
Faccia ritorno. Picciol premio è certo;
Ma partito è miglior starsene a bada?

Oh, faccia Iddio che finalmente aperto
Sia l’amor nostro a tutti, e si rimova
L’invido vel che l’ha finor coperto!

Già vergogna ed amor fan mala prova
Congiunti in un: non so qual sceglier deggia;
Che se l’una convien, l’altro ne giova.

Perchè Giason non sei che nella reggia
Entra appena di Colco, ed a’ suoi lari
Colla rapita vergine veleggia?

Perchè non sei l’avventuroso Pari
Che viene a Lacedemone e repente
Solca coll’involata Elena i mari?

Chè se sovente vieni, anco sovente
Tu m’abbandoni e di nuotar non badi,
Se per nave tornar non ti si assente

O vincitor de’ procellosi guadi,
Sfida pur l’onde e tuttavia le temi;
Speme e paura avvicendar ti aggradi.

Fracassate dal mar van le triremi,
Opra di mille artefici; e tu speri
Che le tue braccia più possan de’ remi?

Quel che tu fai, gl’intrepidi nocchieri
Paventano di far: rotto il naviglio,
Nuotan sol presso a morte i passaggeri.

Ahimè, che la paura io ti consiglio,
Folle! e poscia vorrei che de’ miei detti
Tu più forte sfidassi ogni periglio.

Lasciami delirar, pur che t’affretti
Ed uscendo dal mar l’umido braccio
Avidamente all’omero mi getti.

Ma quante volte a contemplar mi affaccio
Dalla finestra il pian dell’acque immenso
Ratto per l’ossa mi trascorre un ghiaccio.

E della scorsa notte anco ripenso
Tremante al sogno orribile, che sorta
Tosto espiai con lagrime ed incenso.

Era sull’alba: tremolante e smorta
Dormicchiava la lampa, allor che vere
Le novelle a’ mortali il sonno apporta.

Semisopita mi lasciai cadere
Di mano il fuso e a torbido riposo,
La guancia abbandonai sull’origliere.

Qui veder mi parea pel mar spumoso
Vago delfin far cento giri e cento
Mezzo sorto dall’onda e mezzo ascoso.

Poi mi parea, che di traverso un vento
Impetuoso lo gittasse ai lidi,
Ove giacea fra l’alghe avvolto e spento.

Vera o falsa l’immagine che vidi,
Io n’ho paura. Alla venuta aspetta
Tranquillo il mar, nè i sogni miei deridi.

Se non curi di te, d’Ero diletta
Abbi almeno pietà, che intempestiva
L’ora estrema a veder non sia costretta.

Ma già speranza l’egro spirto avviva;
Sicuro per la placida bonaccia
Tu potrai tosto abbandonar la riva.

Intanto, finchè dura la minaccia
Della gonfia marina, il tuo cordoglio
E le dimore men gravi ti faccia

Questo ch’Ero ti manda, amico foglio.

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