Il sogno (Tibullo)
IL SOGNO.
Elegia IV del Libro III
di
ALBIO TIBULLO.
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Fato miglior mi volgano gli Dei,
E l’orribile sogno non s’avveri
Che s’offerse sull’alba agli occhi miei.
Itene lungi, o mobili e leggeri
Della notte fantasimi; chè vani
Io vi conosco a prova e menzogneri.
Solo gli Dei rivelano gli arcani;
E leggon segno de’ venturi mali
Nelle fumanti viscere i Toscani.
Per l’aria tenebrosa incerte l’ali
Battono i sogni, e di folli paure
Conturbano il riposo de’ mortali.
Ma la schiatta dell’uom nata alle cure
Con farro e sal, che crepita sul foco,
Placa le larve della notte oscure.
E nondimen, sia che ne’ sogni loco
Abbiasi il vero; sia che frodolenti
De’ mortali la fè prendansi a gioco,
Della trascorsa notte i rei portenti
Volga in meglio Lucina, e non permetta
Ch’io scevro d’ogni colpa invan paventi;
Se mai non fu d’alcuna macchia infetta
Questa mia destra; nè parola altera
Contro gli Dei con empio labbro ho detta.
Già notte avea della stellata sfera
Compiuto il giro e nell’equoree spume
Lavava gli assi alla quadriga nera;
E non ancora le tranquille piume
Il sonno sul mio capo avea distese,
A’ travagliati non amico nume.
Alfin nell’ora che il mattino ascese
In oriente, sullo stanco letto
Un sopore dolcissimo mi prese.
Qui veder mi pareva un giovinetto
Cinto le tempie d’immortale alloro
Scendere a tacita orma entro il mio tetto.
Più schietta leggiadrìa, pari decoro
Mai non fu visto dall’antiche genti;
Nè mai l’arti sudaro egual lavoro.
Gl’intonsi crini, lunghi e rilucenti
Sovra il collo cadevano stillanti
Larga rugiada d’odorosi unguenti.
Diffuso era un candor ne’ bei sembianti
Qual è quel della luna; e neve e rosa
Era il bel corpo che sdegnava ammanti.
Tale il colore di novella sposa,
Quando nel velo nascondendo il ciglio
Segue il marito onesta e vergognosa:
Tale il color, se l’amaranto al giglio
Accoppian le fanciulle; e tale il melo
Fassi in autunno candido e vermiglio.
Adombravano il piede, che del cielo
Dai nitidi sereni si diparte,
Gli aerei fluttuanti orli del velo.
Una lira, lavor raro dell’arte,
Tutta d’oro e testuggine contesta
Portava appesa alla sinistra parte.
Come innanzi mi fu, trasse da questa
Lento un preludio e sciolse all’aure un canto
Onde anco la dolcezza in cor mi resta.
Poi che le corde seguitaro alquanto
L’inno celeste, il roseo labbro ei schiuse
In questi detti a me nunzî di pianto:
«Salve, amore de’ numi; chè le Muse
E Bacco e Febo arridono al cantore
In cui candide voglie il cielo infuse.
Ma la prole di Semele e le Suore
Abitatrici dell’ascrea pendice
Dell’avvenir non leggono il tenore.
Antiveder gli eventi a me sol lice;
È di Giove mio padre inclito dono
Se soltanto il mio labbro il ver predice.
De’ detti miei non mai fallaci il suono
Odi, o poeta; e ti riponi in seno
Quanto io nume di Cinto ti ragiono.
Colei che tu cotanto ami, che meno
Tenera figlia alla sua madre è cara,
Giovinetta all’amante è cara meno;
Colei per cui de’ numi innanzi all’ara
Tu fai voti; colei che giorni ed anni
Viver t’astringe in incertezza amara;
Ed allor che la notte co’ suoi vanni
Il mondo oscura, alla tua mente illusa
Mille tesse amorosi acerbi inganni;
Quella bella Neera, alla tua musa
Argomento perenne, altri, spergiura,
In cor vagheggia, e l’amor tuo ricusa.
Empia! E trafitta da novella cura
Lascive nozze medita; nè gode
Più le sante abitar natali mura.
Ah, tutte d’un color, se il ver se n’ode,
Perfida razza e senza core! Pera
Qual ordisce all’amante iniqua frode!
Pur, come sai, mutabile è Neera:
Donna è pronta alle paci. Or tu la speme
Desta e lagrime aggiungi alla preghiera.
Un indomito amor fatiche estreme
Insegna a tollerar: verghe e tormenti,
Quando spira verace, amor non teme.
Ch’io d’Admeto pascessi i bianchi armenti
Fatto pastor, non credere che sia
Fola canora di giocose menti.
Meco non era allor la cetra mia;
Nè potea de’ sonanti inni la piena
Disposar delle corde all’armonia;
Ma sovra rozza boschereccia avena
Io, di Latona il gran figlio e di Giove,
Rustico carme modulava appena.
Nella corte d’amor sono ben nove
L’orme tue, giovanetto, se non sai
Curvar le spalle a simiglianti prove.
Dunque persisti, nè ritrarti mai
Dalla preghiera: non è cor sì duro
Che alfin non ceda agli amorosi lai.
Che se da’ miei delubri non oscuro
Esce il responso, e quanto il ferreo dito
Scrive de’ fati io leggo nel futuro,
Dille: nel cielo è questo nodo ordito;
Fortunata Neera, un Dio t’avverte,
Se in traccia non andrai d’altro marito.»
Disse. Veloce dalla salma inerte
Il sonno dileguossi. Ah, ch’io non miri
Tante e sì gravi mie sventure aperte!
Ch’io non sappia giammai che i tuoi desiri
A’ miei sono contrari; che mentita
La pietà, che fur falsi i tuoi sospiri.
Già tu non sei da’ tempestosi uscita
Gorghi del mare, nè le divampanti
Fauci della chimera a te dier vita;
Nè te Cerbero cinto di fischianti
Colubri la tergemina sua testa;
E non Scilla, terror de’ naviganti;
Nè nudriro in inospite foresta
Le fulve leonesse, in suol romano
Te nata di gentil progenie onesta.
E tal t’è madre, di cui cerchi invano
Altra più mite; e tal t’è genitore,
Se altri visse giammai, dolce ed umano.
Che se premio si deve a un fido amore,
Gli Dei cangino in riso il mio sgomento,
E l’orribile sogno ingannatore
Pel remoto oceàn dissipi il vento.